Opinione della Settimana

Previdenza: «Giovani state attenti, in futuro lo Stato non vi aiuterà più»

L’ex sottosegretario al Welfare Alberto Brambilla ha appena presentato al Parlamento un rapporto sulla previdenza: «Con il sistema contributivo sarà eliminata ogni forma di integrazione della rendita. Oggi, invece, una pensione su due è assistita»

Quasi un pensionato su due riceve un vitalizio del tutto sproporzionato rispetto ai contributi irrisori versati in attività. E su cui, per giunta, non paga le tasse. Questi paracadute, però, non esisteranno più per i giovani: per loro quindi, diventa ancora più importante la bussola della pensione. E’ il preoccupante scenario che emerge dal Bilancio del sistema previdenziale italiano, presentato nei giorni scorsi alla Camera. L’analisi, basata sugli ultimi dati disponibili (relativi al 2012) è stata realizzata da Itinerari previdenziali e coordinata da Alberto Brambilla, considerato uno dei massimi esperti della materia: è stato sottosegretario al Welfare e padre della riforma del Tfr. In quest’intervista Brambilla fa il punto sulle anomalie del sistema previdenziale italiano.

Come mai questa ricerca?

«Nel maggio del 2011, quando il ministero del lavoro era retto da Elsa Fornero, è stato sciolto il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, da me presieduto. Oltre a svolgere il controllo sugli enti e la spesa previdenziale, il Nucleo realizzava un Rapporto che era l’unico strumento in grado di offrire una visione d’insieme del sistema, oltre che l’effettivo andamento dei lavoratori attivi: con la ricerca abbiamo voluto colmare questa carenza».

Quanti sono i pensionati italiani?

«Sono in pagamento 23,431 milioni di pensioni, mentre i pensionati sono 16,562 milioni, per cui ognuno di loro in media riceve 1,4 prestazioni: praticamente tutte le famiglie italiane, in pratica, ne hanno una».

A quanto ammonta la spesa pensionistica nel nostro paese?

«Nel 2012 era pari a 211,103 miliardi di euro, il 3,3% in più rispetto all’anno precedente, quasi il 14% del Pil. A fronte di entrate contributive per 190,404 miliardi, si è determinato uno squilibrio pari a 20,700 miliardi di euro, il 26,8% in più rispetto all’anno precedente. Senza i rilevanti attivi nei saldi della Gestione dei lavoratori parasubordinati e delle Casse previdenziali dei liberi professionisti, però, il disavanzo sarebbe ben più pesante, 30,97 miliardi di euro».

Quali sono le principali aree di squilibrio?

«In primo luogo la gestione dei dipendenti pubblici, ex Inpdap, incorporata nel 2012 dall’Inps, con 23,76 miliardi di euro. Per questi lavoratori, in pratica, lo Stato non accantonava effettivamente i contributi, per cui lo squilibrio di oggi era inevitabile. Ma anche quella delle ex Ferrovie dello Stato: dove, a causa dei massicci prepensionamenti, vi sono 53.600 lavoratori attivi e ben 232mila pensionati. Oltre alla previdenza, vi è un’altra area che incide in maniera molto pesante»,

Qual è?

«L’assistenza, che costa 83,6 miliardi di euro, il 5,4% del Pil, coperti in pratica dalla fiscalità generale e quindi da tutti i cittadini. A questi si aggiungono le spese di natura assistenziale sostenute dagli enti locali, primi fra tutti i comuni, che sono difficilmente quantificabili».

Quali sono queste voci?

«Si va dagli assegni sociali a quelli di accompagnamento per invalidità civile o con maggiorazioni sociali, che riguardano 4,906 milioni di pensionati con un costo di 21,716 miliardi di euro. Vi sono poi le pensioni integrate al minimo, che riguardano 3,726 milioni di persone, con un costo di 10,58 miliardi di euro. Nel complesso, quindi, i pensionati assistiti in qualche modo dallo Stato sono 8,602 milioni, il 52% del totale».

Un conto pesantissimo…

«Certamente; è difficile non pensare che una parte di queste basse contribuzioni dipende da una diffusione del lavoro irregolare. Peraltro queste prestazioni assistenziali non sono tassate, a differenza di prestazioni d’importo simile che, essendo a fronte di contributi realmente versati, sono invece soggette a tassazione. Tuttavia questa situazione è destinata a finire».

Perché?

«La riforma Dini del 1995, che ha introdotto il metodo contributivo per il calcolo della pensione, non prevede le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali. Quindi, per tutti i lavoratori che hanno iniziato l’attività dal primo gennaio 1996, tutte le pensioni saranno commisurate interamente ai contributi versati. Questo scenario presuppone un’informazione dei lavoratori su quelle che, almeno in termini di stima, potranno essere le loro future pensioni: ma questa è completamente assente».

A che punto è il progetto della busta arancione, il documento che dovrebbe fornire una ragionevole stima sull’età di pensionamento e l’importo del vitalizio?

«E’ completamente fermo; dopo l’invio a un campione di 100mila lavoratori, infatti, il processo non è più stato completato. Per questo abbiamo voluto supplire con un’iniziativa analoga nell’ambito della Giornata nazionale della previdenza e del lavoro, che si è tenuta nelle settimane scorse a Milano».

Autore: Roberto E. Bagnoli – CorrierEconomia (Articolo originale)

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