Opinione della Settimana

Generali, i soci italiani sotto il 30%

Fsi colloca la quota dell’1,913% per 467 milioni di euro: gli azionisti nazionali scendono al 28% dei diritti di voto. Mediobanca fa slittare al 2016 la prevista cessione di una partecipazione del 3%

Generali - Leone alato ImcFsi ha completato nella mattinata di ieri il collocamento dell’1,913% delle Generali. L’operazione è stata conclusa a un prezzo di 15,7 euro per azione, livello al quale si è subito allineato il titolo della compagnia che ha chiuso in ribasso del 3,12% a 15,55 euro. Dall’operazione, gestita da Merrill Lynch, il Fondo ha raccolto 467,5 milioni, il che ha assicurato un ritorno sull’investimento di oltre il 30%, pari a 276,6 milioni, 45,4 milioni dei quali da dividendi e 231,2 milioni sottoforma di plusvalenza. Ma quest’operazione, al di là dei numeri, è cruciale anche per un’altra ragione: perché ha sancito, consolidandola, la discesa dei soci italiani sotto il 30% delle Generali. Un anno fa la compagine “nazionale” valeva più o meno il 34% della compagnia oggi viaggia attorno al 28%. Ciò è frutto della cessione dell’1,7% del Leone operata da Intesa Sanpaolo l’autunno scorso e dello smobilizzo della quota in capo al braccio operativo della Cassa Depositi e Prestiti, che prima poteva contare su un 4,48% del gruppo assicurativo. Sulla carta, Fsi ha ancora poco più del 2,56% dei diritti di voto, poiché quella quota è stata valorizzata con una modalità più sofisticata rispetto a un collocamento sul mercato, ossia è oggetto di contratti di prestito titoli con venditori allo scoperto. Tuttavia, quei contratti hanno durata annuale. Ciò significa che durante i primi mesi del 2015 verrà data man mano esecuzione agli accordi con la conseguente lenta discesa di Fsi nel capitale della Generali. All’assemblea di bilancio del prossimo anno, dunque, è plausibile che i soci italiani avranno più o meno il 28% dei diritti di voto. Una percentuale destinata a scendere ulteriormente di un altro 3% mentre i fondi, che già all’ultima assise contavano per il 15,3%, sembrano proiettati verso una rapida crescita. Mediobanca, come è noto, in occasione della presentazione del proprio piano strategico nel giugno 2013 ha annunciato che si porterà attorno al 10% del Leone e quell’obiettivo, allo stato, sebbene non vi siano più particolari esigenze “contabili“, è rimasto tale. Rispetto a quelle che erano però le attese del mercato circa la tempistica di smobilizzo del pacchetto, queste vanno però leggermente riviste. È assai probabile, infatti, che Piazzetta Cuccia, dopo essere stata promotrice del cambiamento di governance, voglia sfruttare per intero i potenziali benefici del piano strategico scritto dal ceo Mario Greco. Per farlo, dunque, dovrebbe attendere la fine del proprio business plan prima di avviare le procedure di cessione. In altre parole, salvo sorprese, il 3% delle Generali che fa capo a Mediobanca dovrebbe arrivare sul mercato tra la fine del 2015 e il primo scorcio del 2016. Con l’intento, in ogni caso, di valorizzare al meglio il pacchetto. L’amministratore delegato, Alberto Nagel, in più occasioni ha fatto intendere che, rispetto al colpo d’acceleratore impresso per la dismissione delle altre quote ritenute non strategiche, vedi Telecom e Rcs, su Generali la banca si sarebbe mossa con tempi diversi.

Gli altri soci

Gli occhi sono certamente puntati anche sulle mosse degli altri azionisti storici delle Generali. Leonardo Del Vecchio, Francesco Gaetano Caltagirone, la famiglia De Agostini e i Benetton, che insieme valgono attorno all’8,62% della società, non dovrebbero mutare i loro pesi. Stesso discorso vale per Fondazione Cariplo (1,52%) e per Invag (1,02%). E pure Fondazione Crt e i veneti di Ferak dovrebbero mantenere le stesse quote. Il destino dei loro intrecci merita però un approfondimento. Come è noto il consiglio della Fondazione ha dato mandato al segretario generale, Massimo Lapucci, di procedere per dare il via alla scissione di Effeti, il veicolo che ha circa il 2,2% delle Generali e partecipato al 50,1% da Ferak e al 49,9% da Crt. Quel passaggio formale ha avviato un iter non ancora concluso. Perché l’operazione prenda definitivamente forma mancherebbe ancora il sigillo di uno degli azionisti Ferak, ossia Veneto Banca. Incassato quello il divorzio potrà essere firmato e a quel punto i veneti avranno in portafoglio il 2,12% delle Generali. Quota che Ferak non intenderebbe dismettere e sulla quale il bilancio sarebbe vicino al pareggio. Dal primo giorno in cui il veicolo ha investito nella compagnia, parallelamente è stata avviata un’attività di hedging dinamico del portafoglio che ha consentito di bilanciare, fino quasi ad azzerare, le perdite registrate sul fronte azionario.

Autore: Laura Galvagni – Il Sole 24 Ore

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