Opinione della Settimana

Pensioni, dal Pil alla carriera: come si costruisce il vitalizio

Oltre al Pil l’andamento della retribuzione nel corso dell’attività lavorativa influenza il tasso di sostituzione. Il sistema contributivo penalizza le promozioni molto vicine alla pensione

Calcolatrice (2) ImcTalvolta nella stima delle prestazioni che l’Inps è in grado di garantire al pensionamento non si focalizza sufficientemente l’attenzione su alcune variabili che viceversa sono fondamentali. L’evoluzione della carriera retributiva è sicuramente una di queste.

Due lavoratori dipendenti con stessa retribuzione iniziale e finale, stesso periodo contributivo, così come le altre variabili, possono ricevere alla cessazione dal servizio una copertura dal sistema pubblico completamente diversa, se diversa è stata l’evoluzione del reddito percepito. Facciamo qualche esempio. Prendiamo un dipendente con 42 anni di età al 31 dicembre 2013. Ipotizziamo che questo lavoratore sia stato iscritto all’Inps per la prima volta a 25 anni, con una retribuzione annua lorda di 15.000 euro in valore reale. Ipotizziamo inizialmente anche che, attraverso un incremento retributivo costante, il lavoratore percorra tre diverse possibili carriere che lo portino al pensionamento (previsto all’età di 70 anni) a percepire tre diversi livelli retributivi (30.000, 75.000 e 150.000 euro). In una situazione del genere la pensione finale dall’Inps risulterebbe pari a circa il 74% dell’ultima retribuzione in caso di carriera contenuta (con un’ultima retribuzione annua di 30.000 euro), al 50% per la carriera intermedia (75.000 euro) e solo al 35% per la carriera più brillante.

I risultati però sono destinati a cambiare sensibilmente se anziché un incremento costante si prevede una differente evoluzione retributiva. A titolo puramente indicativo consideriamo i due casi limite (che ovviamente non rappresentano una situazione reale ma che possono fornire una indicazione dell’impatto). Ipotizziamo cioè una carriera fortemente anticipata, dove i livelli retributivi finali (i 30.000, 75.000 e 150.000 euro) siano percepiti a partire dal secondo anno di attività lavorativa in poi. Al contrario ipotizziamo anche una carriera fortemente ritardata, che preveda il percepimento della retribuzione iniziale (15.000 euro) sino al penultimo anno di attività lavorativa e il livello finale esclusivamente nell’ultimo.

Nei due casi le prestazioni garantite dall’Inps risultano essere completamente diverse. La copertura risulta infatti essere clamorosamente più elevata nel caso di carriera accelerata. I tassi di sostituzione (la prima rata di pensione rispetto all’ultima retribuzione percepita) variano dal 64% della carriera più brillante al 104% per quella più contenuta (con un 103% nella situazione intermedia). Viceversa nel caso della carriera ritardata le prestazioni si riducono drasticamente. Dall’11% della carriera più elevata al 54% di quella più contenuta (con il 23% nel mezzo).

Risultati simili si ottengono anche considerando una lavoratore che al 31 dicembre 2013 possiede 52 anni (si veda al proposito lo schema a fianco) nei confronti del quale anziché il metodo contributivo puro si applica il metodo misto introdotto dalla riforma Dini del 1995. Ovviamente gli impatti stimati sono principalmente dovuti all’utilizzo del metodo contributivo che determina la prestazione finale considerando nella sostanza tutte le retribuzioni percepite nel corso dell’attività lavorativa.

Ma cosa stanno quindi a dimostrare queste proiezioni? Che non è possibile stimare con ragionevole certezza la copertura finale dell’Inps o che è bene aspettare di essere prossimi al pensionamento per effettuare una proiezione più ragionevole? Assolutamente no. Le stime devono essere elaborate per tempo perché è per tempo che le prestazioni pensionistiche complementari devono essere finanziate. E le proiezioni fondamentalmente dimostrano come il risultato finale sia fortemente influenzato dalla posizione individuale del lavoratore, dalla sua storia, dalle decisioni intraprese, dai contratti di lavoro utilizzati. Non solo. Dimostrano quanto sia importante monitorare la posizione pensionistica verificando tempo per tempo le prestazioni presumibilmente maturate e pianificando in maniera opportuna eventuali ulteriori risparmi previdenziali.

Autore: Claudio Pinna – Il Sole 24 Ore (Articolo originale)

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