Opinione della Settimana

Polizze false, gli affari dei Casalesi a Salerno

Rc auto - Contrassegni ImcIl business fuorilegge scoperto dalle indagini del pm Cesare

A cura di Simone de Meo

«Ha detto che gli dobbiamo dare altre duecento polizze… che le deve dare ad Avellino… queste qua le ha date a Salerno… a riscuotere non ci è andato perché c’erano cinque – sei polizze in tutto…». A parlare è G. D. B., uno dei diciotto indagati nella maxi-inchiesta della Dda di Napoli su un lucroso (e misconosciuto) business criminale made in Gomorra: la contraffazione di polizze assicurative “cinque giorni Generali e Lloyd’s. Tagliandi falsificati grazie a un software assai sofisticato a cui si accede solo tramite un server internet con sede in Arizona, negli Stati Uniti, e rivenduti tra Caserta, Avellino, Napoli e, appunto Salerno. Dove la gang, secondo quanto ha ricostruito il pm antimafia Cesare Sirignano, tra i più attenti e bravi magistrati della Procura partenopea, aveva intenzione di espandere il redditizio giro d’affari coinvolgendo anche concessionarie d’auto e rivenditori autorizzati.

«Sono le Generali cinque giorni vero? Generali… tiene pure il foglio di sotto? perché quello è importante, il foglio riconosciuto dall’Isvap», dice un altro degli indagati, G. D. P., ai complici che hanno poca dimestichezza con il comparto assicurativo. La holding ha una rigida struttura e ognuno ha un ruolo da svolgere. Velocemente, e senza creare problemi.

Il motivo di tanta preoccupazione, di tanta concitazione sta nel fatto che il mercato è letteralmente affamato di queste soluzioni a basso costo. Più tagliandi vengono prodotti, più se ne vendono e maggiori sono, chiaramente, i guadagni.

I conti sono presto fatti: agli organizzatori dell’operazione, tutti più o meno riconducibili al clan dei Casalesi, una singola assicurazione arrivava a costare circa 5 euro. Il prezzo al pubblico era variabile: dai 20 ai 25 euro, fino a un tetto di 30. Moltiplicateli per centinaia di automobilisti e avrete un discreto tesoretto.

«Ulderi’, ma ci bastano pure duecento polizze alla settimana… – si legge nei brogliacci delle intercettazioni a proposito dei calcoli che i complici facevano al telefono – le compriamo a sei, le compriamo a cinque euro, le vendiamo a venticinque, sì e no sono quattromila euro alla settimana per uno… sono quattromila euro alla settimana, sono milletrecento euro per uno alla settimana.. ti rendi conto?».

In effetti, c’è poco da dire: il business ci sta tutto. E non è un caso che a gestirlo fosse il gruppo criminale che, più di tutti, in Campania, ha una spiccata propensione per gli affari. Secondo alcune stime, si parla di una forbice tra i 60mila e i 100mila euro al mese. Il che significa almeno un milione di euro all’anno.

Alle polizze contraffatte, i carabinieri del Ros (che hanno materialmente condotto le indagini) sono arrivati da tutt’altro filone. Anzi, da tutt’altri filoni: uno riguardante un vasto e asfissiante rastrellamento estorsivo, in provincia di Caserta, nei confronti di commercianti e imprenditori; e l’altro su un giro di scommesse clandestine. Passo dopo passo, indizio dopo indizio, un po’ alla volta i carabinieri sono riusciti a disegnare lo scenario investigativo complessivo nel quale collocare anche quest’inedito business mafioso.

Alle intercettazioni telefoniche e ambientali si sono poi affiancate le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Venosa. Non un personaggio qualunque nello scacchiere criminale casertano, ma l’uomo di fiducia del superboss Michele Zagaria, l’imprendibile «primula rossa» finita in trappola nel dicembre 2011, a Casapesenna, dopo quasi quindici anni di latitanza.

«Un altro affare nel quale Gigino (uno degli indagati, ndR) ha avuto un ruolo rilevante è quello delle polizze false e precisamente delle polizze “5 giorni” – racconta Venosa al pubblico ministero –. Si tratta di polizze che venivano vendute sia nelle agenzie che in altri posti non autorizzati e che erano conosciuti dalle persone dei vari Comuni a seguito di un passaparola. È un affare vantaggioso sia per i titolari delle agenzie che per i singoli affiliati che gestivano la distribuzione e vendita nei vari territori. Anche alcune concessionarie di autovetture si rifornivano di polizze false da consegnare ai clienti in occasione di acquisti di autovetture».

A Zagaria faceva, inoltre, riferimento anche M. F., a cui andava una tangente di 4mila euro al mese pagata sugli incassi delle polizze. Soldi che, secondo gli investigatori, sarebbero stati utilizzati in parte per mantenere i latitanti del clan e in parte per pagare gli onorari degli avvocati dei “picciotti”.

E che Salerno fosse una piazza “calda”, sotto questo punto di vista, lo testimonia un’altra intercettazione sempre a carico di D. B.. È al telefono con uno dei suoi uomini di fiducia, quando sfogliando il libro mastro dell’organizzazione lo informa di un precedente colloquio con un terzo soggetto: «Tu tieni centotrenta polizze ancora cariche, no.. perché ti servono queste duecento. Ha detto: no, io le devo dare ad uno di Salerno che le sta distribuendo, ha detto: ed ora le devo dare ad uno di Avellino».

Fonte: JulieNews (Articolo originale)

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