Opinione della Settimana

La forzatura di lavorare fino a 70 anni

L’idea lanciata in un’intervista dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, cioè intervenire sulle pensioni medio-alte per trovare risorse da destinare alla copertura degli esodati o di quelli che rischiano di diventarlo, ha scatenato molti malumori. Lo stesso Renzi ha preso le distanze dalla proposta di dare una sforbiciata alle pensioni d’oro e d’argento già in autunno.

Ma in realtà il tema dell’equilibrio tra conti dell’Inps ed esigenze delle imprese è ancora tutto da trovare. Di fatto la riforma Fornero ha consentito un taglio importante della spesa pubblica, allontanando di molto l’età della pensione degli italiani. Tanto che ora l’Italia è il Paese dove si dice più tardi addio al lavoro. Ma questa misura ha pochi margini di flessibilità e crea seri problemi per l’occupazione. Oltre alla disoccupazione giovanile si deve infatti far fronte all’esigenza di occupare anche chi deve aspettare oggi i 66 anni, che diventeranno presto 70, prima di ricevere l’assegno pubblico.

Se i prepensionamenti, molto usati in passato, hanno finito per pesare troppo sui conti dell’Inps, l’altra strada è quella di rafforzare le altre forme di assistenza sociale e quindi l’assegno di disoccupazione. Un’operazione che richiede pero, risorse. Così come comporta un costo introdurne una maggiore flessibilità nell’ambito della riforma Fornero. Da qui l’idea di un prelievo sulle pensioni più alte, strada pero non facile da percorrere. L’ultimo governo a guida Silvio Berlusconi introdusse per primo il prelievo forzoso progressivo sulle pensioni a partire da 90 mila euro l’anno. Un taglio del 5% tra 90 mila e 149 mila euro, del 10% sopra i 150 mila e del 15% per i redditi pensionistici oltre i 200 mila euro, circa 600 cittadini. Misura poi confermata dall’esecutivo Monti.

70 - Settanta ImcMa il contributo forzoso fu cancellato da una sentenza della Corte costituzionale che bocciò il provvedimento di Mario Monti ritenendolo discriminatorio dal momento che riguardava solo i redditi dei pensionati e non di tutti i contribuenti. È stato poi il governo Letta l’anno scorso a reintrodurre il contributo di solidarietà per le pensioni oltre i 90 mila euro l’anno. Mentre si è arenata in Parlamento la proposta di legge a firma Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) per fissare un tetto alle pensioni d’oro quando le stesse non corrispondano a contributi effettivamente versati. Una proposta che coinvolge tutte le pensioni basate sul retributivo, viene avanzata da tempo anche da Alberto Brambilla, professore dell’Università Cattolica di Milano e coordinatore di Itinerari previdenziali. Secondo Brambilla la soluzione più equa sarebbe l’applicazione di un contributo di solidarietà su tutte le pensioni retributive che cresce in modo proporzionale all’entità della prestazione ai diretti interessati. Brambilla ricorda che su 16,7 milioni di pensionati ci sono 7 milioni di persone i cui assegni sono pagati in tutto o in parte dallo Stato. «Questo perché in 65 anni di vita questi pensionati non sono riusciti a mettere da parte 15 anni di contribuzione piena e pertanto, siccome la loro pensione è bassa, lo Stato la integra con le maggiorazioni sociali e l’integrazione al minimo», ha ricordato Brambilla. Il ragionamento di Brambilla è proprio questo: «Tutti dovremmo essere uguali di fronte al Fisco, ci vuole quindi un prelievo progressivo su tutte le pensioni sapendo che tutte incorporano un vantaggio dovuto al sistema retributivo». Per Brambilla si potrebbe partire da aliquote di prelievo più basse per chi prende meno, per esempio lo 0,5% per il pensionato che percepisce fino a 700 euro. Man mano che l’importo dell’assegno aumenta, aumenterebbe anche l’aliquota arrivando anche fino all’8%. Le risorse raccolte potrebbero servire ad abbattere il debito pubblico in modo da alleggerire la pesante eredità che devono sostenere legenerazioni più giovani (quelle assunte dopo il 1996). Che non potranno contare su alcuna integrazione da parte dello Stato nel momento dell’addio al lavora Se a ciò si aggiunge che per questi lavoratori i contributi accantonati si rivalutano ogni anno in base al pil dell’Italia, è evidente che su di loro pesa un ulteriore fardello. La crisi infatti ha provocato negli ultimi anni una perdita di pil vicina al 10% che peserà non poco sulla rivalutazione del montante previdenziale di chi oggi ha da 30 a 40 anni. E che ha quindi anche meno anni per recuperare.

Fonte: Milano Finanza (Estratto articolo originale)

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