Opinione della Settimana

Ma è allarme pensioni

Pensioni - Rischio longevità Imc(Autore: Adolfo Valente – Milano Finanza)

L’ipotesi di trasferire la liquidazione in busta fa discutere. Molti dubbi riguardano il futuro della previdenza complementare. Governo, Consob, economisti e gestori si confrontano sul tema

Da una parte la tentazione di usare il Tfr per mettere qualche soldo in più nella busta paga dei lavoratori-elettori, dall’altra quella di completare finalmente un percorso di cui si parla da tempo e che porterebbe a disposizione delle imprese una parte di quel tesoro – si dice 180-200 miliardi – stipato nelle casse di previdenza e nei fondi pensione.

Sulla prima tentazione, dopo l’iniziale euforia il governo appare prudente: «L’intenzione di mettere il Tfr in busta paga è buona ma bisogna fare i conti con la liquidità delle imprese e con il finanziamento della previdenza complementare», ha spiegato il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta, dal salotto televisivo di Partita Doppia, trasmissione di approfondimento di Class Cnbc condotta dal direttore Andrea Cabrini.

Quanto alla seconda opportunità, ovvero quella di convincere i fondi pensione a destinare parte degli investimenti a progetti economici predefiniti, per coglierla c’è in ballo un bel tesoretto. «Investiti in fondi e casse sono investiti circa 140 miliardi; se si destinasse a questo piano anche solo un 10%, la liquidità che verrebbe sbloccata sarebbe rilevante», calcola il sottosegretario.

Ma i nodi da sciogliere sono ancora molti, a partire dalla volontarietà dell’adesione e dalla scelta del meccanismo con cui agire. Sul tavolo del governo c’è l’idea di creare un veicolo finanziario ad hoc e, per il momento, poco altro. «Un’ipotesi prevede il coinvolgimento della Cdp la cassa depositi e prestiti, un’altra la creazione di un fondo ad hoc», chiarisce Baretta.  Che si è mostrato comunque ottimista: «Siamo a buon punto nel confronto, anche grazie al lavoro della Commissione bicamerale che si è concluso con un sostegno all’iniziativa». Il nodo principale resta la tassazione. Senza incentivi fiscali, sottolineano molti responsabili di fondi previdenziali e casse di categoria, non si muoverà nulla. «Negli altri Paesi hanno una dinamica fiscale esemplificata con l’acronimo Eet, ovvero Esenzione-esenzione-tassazione; invece in Italia ci sarebbe una sorta di Tet, Tassazione-esenzione-tassazione», è l’avvertimento di Lello Di Gioia, presidente dalla stessa commissione Bicamerale. «Tradotto: Non è pensabile tassare a monte e a valle». Il risultato? «Le casse sono disponibili a fare un’operazione simile, purché il regime fiscale venga allineato a quello europeo», ha risposto di Gioia.

Quello fiscale però non è l’unico ostacolo. Le casse chiedono ritorni garantiti, posti nei cda dei veicoli che investiranno e garanzie sulle strategie.
L’investimento pensionistico è per definizione delicato e in Italia questo tipo di fondi devono rispettare parecchi vincoli in tema di rischi. Paletti che, secondo molti, ne riducono operatività ed efficienza. «Un’adeguata rimodulazione dei limiti agli investimenti può dare un contributo importante», ha ammesso sempre dal parterre di Partita Doppia Gaetano Caputi, direttore generale della Consob. «Ciò non vuol dire che questi vincoli vadano del tutto eliminati, ma è possibile prevedere forme migliori di diversificazione». Un elemento decisivo è l’individuazione di un intermediario finanziario, un veicolo ad hoc che tratti con le imprese. «In caso contrario», ha aggiunto Caputi, «potrebbero emergere difficoltà nel rapporto diretto tra fondi, casse ed enti di previdenza e potenziali destinatari di questo investimento».

Inoltre vanno segnalate le differenze esistenti tra casse di previdenza e fondi pensione. «Le prime sono enti cui si è obbligati a contribuire, mentre nel caso dei fondi l’adesione è volontaria», ha spiegato Francesco Vallacqua, docente in Bocconi ed esperto in materia pensionistica. «Le forme di previdenza complementare già investono in titoli di Stato almeno l’80% del patrimonio e il 60% è in titoli italiani. Inoltre, se non direttamente nelle infrastrutture, hanno la possibilità di investire in fondi immobiliari, che a loro volta finanziano questi progetti». E quindi? Per Vallacqua il problema è il rendimento: «Siedo nel cda di alcuni di questi fondi e so che ai sottoscrittori interessa l’entità del rendimento, non se il fondo ha investito nella realizzazione di un’autostrada o altro». Tanto più che gli investimenti in infrastrutture «devono per forza tenere dei rischi legati alle procedure e ai tempi di realizzazione», ha segnalato Maurizio Merola, gestore di Arpinge, società creata con l’apporto di tre casse previdenziali proprio con l’obiettivo di investire nell’economia reale. «Se per costruire una residenza per anziani vengono impiegati sei anni per le autorizzazioni e due per la costruzione, il problema non è finanziario ma politico; e l’allocazione delle risorse non deve rispondere a ragioni politiche».

C’è poi chi vede in azione un cane che si morde la coda: se l’economia non si riprende e la disoccupazione cresce, diminuiscono le risorse cui fondi pensione e casse possono attingere. «Il problema è che i fondi pensione sono pieni di titoli di debito pubblico perché gli italiani hanno scarsa propensione al rischio», ha fatto notare Sergio Sorgi, vicepresidente di Progetica. «Scegliere a quarant’anni un piano pensione garantito significa garantirsi una pensione di 770, mentre con la linea azionaria l’assegno salirebbe a circa 1.000». Sulla stessa linea d’onda Caputi: «La maggior parte dei piani individuali investe in titoli di Stato». Il lavoratore-sottoscrittore italiano insomma non ama il rischio e, sulla base del mandato, i fondi devono fare altrettanto.

Va poi ricordato che «nel 2006 era stato creato un fondo tesoreria per finanziare un elenco dettagliato di infrastrutture», ha raccontato Vallacqua. «Bene, la Corte dei Conti è più volte intervenuta dicendo ai vari governi che i soldi dovevano essere destinati ad Alta velocità, edilizia eccetera e sono finiti in spesa corrente. Parliamo di 6 miliardi di euro. La Corte dei Conti lo ha definito un esproprio senza indennizzo».

Quanto all’ipotesi di mettere il Tfr in busta paga, il dossier allo studio del governo appare fortemente alternativo al piano per utilizzare parte del risparmio previdenziale per finanziare le imprese. «Sicuramente ci saranno effetti sulla programmazione di casse e fondi», ha aggiunto Vallacqua, «visto che gli investimenti si scelgono sulla base della raccolta attesa». Non a caso Baretta sulla questione si è mostrato prudente: «Il tema è sotto verifica e abbiamo ancora tanto da fare». Parole quasi di conforto per Maurizio Del Conte, docente di Diritto del lavoro all’Università Bocconi di Milano. «La prudenza del sottosegretario è confortante, visto che il messaggio rappresentato dal Tfr in busta paga andrebbe in senso opposto rispetto alle esigenze di risparmio previdenziale», ha detto Del Conte intervenendo a Partita Doppia. Inoltre la questione Tfr comporterebbe conseguenze anche per i conti pubblici. «Il governo fa bene a essere cauto, visto che togliere all’Inps 6 miliardi l’anno significa mettere in discussione i conti dell’istituto», ha avvertito Di Gioia.

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