Opinione della Settimana

Citylife: Debito e torri, le Generali restano sole

CityLife - Torre Isozaki in costruzione notturna (Foto Alberto Fanelli) Imc

(Autore: Carlotta Scozzari – Il Fatto Quotidiano)

Il più grosso affare immobiliare a Milano è ormai un incubo per gli azionisti

Partirono in quattro, abbondantemente finanziati dalle banche, ma ne restò soltanto uno. È la storia degli azionisti di Citylife, la società immobiliare che gestisce la riqualificazione urbana dell’ex quartiere della Fiera di Milano. Nata dieci anni fa e partecipata dalla Fondiaria Sai (oggi UnipolSai) allora controllata dalla famiglia Ligresti, le Generali, i tedeschi del gruppo assicurativo Allianz e dalla Lamaro della famiglia Toti, ora la società è al 100 per cento della compagnia triestina. Il ricordo dell’ultimo addio nell’azionariato è fresco. Estate 2014, le Generali, dal 2012 guidate da Mario Greco, hanno annunciato che avrebbero rilevato il 33 per cento di Allianz per 109 milioni. Negli anni precedenti erano già usciti Fonsai e Lamaro. Il gruppo tedesco non è rimasto a bocca asciutta e ha sborsato 367 milioni per comprare la torre Isozaki (nella foto, di Alberto Fanelli) e parte della componente residenziale dell’area di Citylife.

Sempre a luglio è stato raggiunto “un accordo vincolante con gli istituti finanziatori dello sviluppo del progetto al fine di ridefinire alcuni termini e condizioni dell’accordo originario”. Una lunga perifrasi per dire che è stato rinegoziato il debito che stava soffocando Citylife. E quanto fosse complessa la situazione della società immobiliare ancora l’anno scorso emerge chiaramente dal bilancio del 2013, chiuso con l’ennesima perdita di esercizio, di 12 milioni (nel 2012 il rosso era stato di 16), su ricavi delle vendite e delle prestazioni per 147,3 milioni (nel 2012 erano zero) e costi della produzione per 210,3 milioni.

Per comprendere le difficoltà del 2013, bisogna fare un passo indietro al 2006, quando Citylife ottiene da Hypothekenbank Frankfurt (Commerzbank), in gruppo con Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca, Crédit Agricole e Popolare di Milano, un contratto di finanziamento per l’intero progetto di sviluppo immobiliare da 1,69 miliardi. Una cifra colossale per una società nata da poco. Ma erano ancora gli anni delle vacche grasse, e i colpi maggiori si sparavano proprio nel settore immobiliare poi travolto dalla crisi. Tra gli azionisti c’era anche Salvatore Ligresti che all’epoca, quando si parlava di palazzi da costruire, era una potenza. Già nel 2010, quel prestito viene modificato per renderlo “più coerente ai mutati fabbisogni finanziari del progetto”. Le banche dei soci, e cioè Allianzbank, Banca Generali e Banca Sai, scendono in campo per metterci una pezza con un assegno da 30 milioni per Citylife. La situazione, però, precipita a luglio del 2013, quando ci sono da rimborsare 353,3 milioni del finanziamento principale, ma Citylife “non produce nella tempistica attesa i flussi di cassa necessari”, così chiede e ottiene più tempo dalle banche.

Parte una nuova rinegoziazione del prestito, che si inserisce in un più ampio disegno di rimessa in sesto della società, definito a fine 2013. Si decide “l’intervento diretto degli azionisti nell’ac quisto di una parte rilevante degli immobili realizzati e in corso di realizzazione”. La liquidità in arrivo – si legge nel bilancio di Citylife – permetterà, tra l’altro, “una riduzione consistente del debito”. Ecco spiegato l’acquisto da parte di Allianz della torre Isozaki: servivano soldi per ridurre l’esposizione verso le banche. Stesso copione per le Generali, che hanno comprato la torre Hadid, dove dovrebbero trasferire gli uffici milanesi nel 2018.

A fine 2013, dei quasi 1,7 miliardi di linee di credito complessive, erano stati erogati a Citylife 800 milioni circa, parte dei quali rimborsati, sicché alla fine dell’anno scorso il debito con le banche pesava per 700 milioni. Ma in una recente intervista a Milano Finanza il neo ad di Citylife Armando Borghi spiega che l’esposizione verso gli istituti di credito è ora scesa a 450 milioni, che dovrebbero ridursi a 200 a fine 2015. “Grazie all’accordo con le banche e alla significativa riduzione del debito, il progetto è oggi decisamente più sostenibile rispetto al passato”, dicono da Generali. Merito soprattutto degli azionisti che hanno aperto il portafogli e sono saliti sulle torri.

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