Opinione della Settimana

Pensioni, serve un’operazione verità. Quello che gli italiani (giovani) devono sapere

Previdenza - Pensione Imc

(Autore: Mauro Marè, presidente Mefop – CorrierEconomia)

La decisione di liberalizzare il Tfr rende opportuno valutare se non sia venuto il momento di un’operazione verità sulle pensioni. Un equilibrio molto delicato raggiunto con anni di riforme importanti mostra ormai evidenti debolezze sul piano economico e generazionale. E di un’operazione trasparenza si parla ormai da vent’anni. Pur essendo convinto della sua utilità, resto pessimista che si possa fare per diverse ragioni.

La Svezia con la riforma del sistema pensionistico del 1995 ha fatto fin da subito trasparenza con la busta arancione. O si deve credere a un senso civico degli svedesi superiore al nostro (vari indicatori lo confermerebbero…), oppure esistono in Italia fattori strutturali che è ora di affrontare.

Trasparenza

Si parla di trasparenza da molti anni; ho partecipato ad alcuni tavoli ufficiali, a diverso titolo, e ogni volta, pur essendo molto vicini al lancio dell’operazione, con motori di simulazione testati e scenari alternativi pronti ad esser comunicati, difficoltà oggettive su cosa scrivere — non sulla busta, ma all’interno, nella lettera da spedire — o crisi di governo hanno bloccato il progetto. Il Tfr potenzialmente sottratto alla previdenza complementare e l’inasprimento della tassazione — la best practice dei paesi Ocse è di applicare il regime eet (esenzione, esenzione, tassazione) — possono adesso condizionare il futuro del sistema a capitalizzazione, quindi quello del sistema pensionistico.

Sta emergendo infatti un debito pensionistico implicito dei sistemi a ripartizione di considerevoli proporzioni: tassi di crescita molto modesti, figure occupazionali discontinue e poco pagate, giovani senza lavoro e individui del settore privato che dai 50-55 anni sono espulsi dal mercato, riducono fortemente le basi imponibili, quindi le capacità di finanziamento del sistema. Un’operazione trasparenza sarebbe quindi opportuna: senza informazione adeguata, gli individui non accumuleranno un risparmio appropriato per la vecchiaia; tutto ricadrà sulle finanze pubbliche e vi saranno conflitti molto divisivi sul piano generazionale.

Riequilibrio mancato

A partire dal 1990, con Amato e Dini, ci si rese conto che per evitare il fallimento del sistema pensionistico sarebbero state necessarie riforme ambiziose del pilastro pubblico e una forte previdenza complementare. Si sono fatte le prime: blocco pensioni anzianità, introduzione del regime contributivo, sia pure con un’eccessiva gradualità, innalzamento dell’età pensionabile con finestre varie, scaloni e scalini, e da ultimo la riforma del 2012 ha reso il sistema totalmente contributivo con un forte aumento dell’età pensionabile. Ma il pilastro complementare si è sviluppato meno del dovuto.

Il punto chiave del progetto era chiaro: la riduzione inevitabile del grado di copertura del pilastro pubblico sarebbe stata compensata dallo sviluppo dei fondi pensione, che avrebbero ripristinato un grado di copertura accettabile (circa il 60-70%). I lavoratori si sarebbero pagati direttamente parte delle pensioni, evitando di scaricare sulle generazioni future l’onere pensionistico.

Ma questo progetto presuppone carriere regolari e stabili che ormai non esistono più nel mercato del lavoro: l’idea che si possa compensare la riduzione del tasso di sostituzione lavorando di più, si scontra con l’evoluzione del mercato del lavoro per le età più giovani e per quelle più avanzate e con i tassi di crescita vicini allo zero. Non ha senso penalizzare la previdenza complementare, ritenendola una forma di rendita finanziaria… anzi andrebbe incentivata, studiando le forme per far aderire i lavoratori, in particolare i più giovani e deboli.

Percorsi possibili

In tutto il mondo si sono scelti due metodi: tramite gli incentivi fiscali, oppure con l’obbligatorietà delle adesioni. L’obbligatorietà è un metodo efficace ma è forse incompatibile con la situazione italiana, anche se molti paesi, come il Regno Unito e la Svezia hanno alla fine optato per questa soluzione. Un’adesione forzata porta con sé il tema delle garanzie, pubbliche in particolare, e la situazione del nostro paese sconsiglia di prendere questa strada. Gli incentivi fiscali hanno funzionato bene un po’ dappertutto ma possono aver natura regressiva, dato che finiscono per beneficiare i lavoratori più forti, con età avanzate e con redditi più elevati e delle grandi aziende. Per cui non si scappa: o si accetta uno dei due metodi o si ha il coraggio di cambiare il design del sistema pensionistico.

E qui dobbiamo dire la verità in modo chiaro: siccome molti giovani non avranno né il lavoro né il reddito (risparmio) per aderire alla previdenza complementare o per accumulare adeguatamente nel primo pilatro, appare opportuno trovare un’altra soluzione, come già nel Regno Unito e Australia: quella di un pilastro di base, vincolato a un minimo di anni di contribuzione, per evitare forme di moral hazard, da finanziare con la fiscalità. A questa pensione di base andrebbero associati in modo crescente, un secondo pilastro contributivo a ripartizione e un terzo a capitalizzazione.

Dobbiamo farlo perché i giovani hanno ormai capito che in un sistema a ripartizione finiranno per pagare le pensioni per le coorti di età più anziane, pensioni che non riterranno accettabili, data la scarsa probabilità di averne una uguale.

Se questa è la verità, resta allora la questione di fondo: chi lo dirà agli Italiani.

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