Opinione della Settimana

Pensioni, Alberto Brambilla: “La riforma va modificata se lo Stato vuole recuperare la fiducia dei suoi cittadini”

Alberto Brambilla HP (2) Imc

(Fonte: La Stampa)

«Allora, professor Brambilla, si riapre il cantiere pensioni?». Alberto Brambilla (nella foto), già sottosegretario al Lavoro e Presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, uno dei massimi esperti di questioni pensionistiche in Europa, è categorico: «È un atto dovuto, se si vuole recuperare un rapporto di fiducia con i cittadini, che è stato infranto dalla riforma Fornero».

Che cosa significa?

«La doppia indicizzazione alla speranza di vita dell’età e dei contributi maturati per la pensione anticipata ha bloccato entrambi i canali. Non c’è stata alcuna connessione con una efficace riforma del lavoro. Il risultato è che le aziende si devono tenere persone anziane e demotivate e i lavoratori si sentono beffati. Emblematica la vicenda degli esodati».

Ma qualche merito la riforma pensionistica del governo Monti-Fornero ce l’ha.

«Naturalmente sì. Va ricordato che nell’autunno del 2011 eravamo sull’orlo del baratro. La crisi ha poi peggiorato la situazione economica e sociale. L’avvento del sistema contributivo sicuramente è stata una scelta equa e comprensibile a tutti e ha tolto ogni alibi al sistema retributivo, che ha prodotto guasti. Altri guai erano stati già combinati prima da Maroni e Sacconi con l’invenzione delle finestre mobili, che sono un inganno. Il governo Letta-Giovamiini ha trascurato il problema pensioni. L’attuale governo Renzi-Poletti mi sembra più intenzionato e determinato a riaprire il cantiere pensioni».

L’ipotesi che circola sui 41 anni di contributi senza limiti di età per andare in pensione le sembra corretta e praticabile?

«Praticabile se la si rende una priorità, corretta senza dubbio. Vanno liberate e riallocate delle risorse, con tagli di spesa e lotta all’evasione. Tenga conto che i risparmi della riforma Fornero oggi sono stati bruciati dagli ammortizzatori sociali, non ci sono più».

È necessario avere un occhio di riguardo per le donne?

«Sì, perché per loro è più difficile andare in pensione con gli attuali requisiti. Si potrebbe mantenere il canale preferenziale contributivo, senza penalizzazioni e dando un riconoscimento in più alle donne con figli, sul modello francese. Il presidente Hollande all’inizio della sua carica ha anche abbassato a 60 anni l’età di pensione dei lavoratori precoci».

L’Inps rilancia la busta arancione?

«Le 10mila mail che sono in partenza mi fanno sorridere, un ennesimo test quando è già possibile avere dalll’Inps milioni di estratti conto di lavoratori, coinvolgendo anche le casse private. E’ una questione di volontà politica, e di un po’ di coraggio in più. Tecnicamente è facile. Io e altri abbiamo predisposto un sistema, ma la nostra più che arancione è una busta azzurra, con stampigliato in piccolo il tricolore».

Il Nucleo di valutazione della spesa pubblica che fine ha fatto?

«E’ una storiaccia, semplicemente non c’è più. E’ stato lasciato morire nel maggio 2012. Ne sono stato al vertice per diversi anni. C’erano esperti del calibro di Paolo Onofri, Gianni Geroldi, Carlo Dell’Aringa, Antonio Golini. Ci hanno fatto sparire i computer con cui lavoravamo in via Flavia. Avevano bisogno di uffici. Ci hanno cancellato tutti i dati».

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