Opinione della Settimana

Il Tfr dove lo metto? Dove lo metto, non si sa

Calcolo - Tfr - Busta paga Imc

(Autore: Alessandro Bugli – Il Punto, Giornata Nazionale della Previdenza)

Nato nella sua forma moderna pochi mesi prima della mia nascita (io del settembre 1983, lui del maggio 1982) questo magnifico trattamento trova la sua regolamentazione nell’art. 2120 c.c.:

“In ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto. Tale trattamento si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5… Salvo diversa previsione dei contratti collettivi la retribuzione annua … comprende tutte le somme, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.

Il trattamento di cui al precedente primo comma, con esclusione della quota maturata nell’anno, è incrementato … al 31 dicembre di ogni anno, con l’applicazione di un tasso costituito dall’1,5 per cento in misura fissa e dal 75 per cento dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, accertato dall’ISTAT, rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente.

Ai fini della applicazione del tasso di rivalutazione di cui al comma precedente per frazioni di anno, l’incremento dell’indice ISTAT è quello risultante nel mese di cessazione del rapporto di lavoro rispetto a quello di dicembre dell’anno precedente. Le frazioni di mese uguali o superiori a quindici giorni si computano come mese intero.

Il prestatore di lavoro, con almeno otto anni di servizio presso le stesso datore di lavoro, può chiedere, in costanza di rapporto di lavoro, una anticipazione non superiore al 70 per cento sul trattamento cui avrebbe diritto nel caso di cessazione del rapporto alla data della richiesta.

Le richieste sono soddisfatte annualmente entro i limiti del 10 per cento degli aventi titolo … e comunque del 4 per cento del numero totale dei dipendenti.

La richiesta deve essere giustificata dalla necessità di:

a) eventuali spese sanitarie per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche;

b) acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, documentato con atto notarile.

L’anticipazione può essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro e viene detratta, a tutti gli effetti, dal trattamento di fine rapporto.

Condizioni di miglior favore possono essere previste dai contratti collettivi o da atti individuali. I contratti collettivi possono altresì stabilire criteri di priorità per l’accoglimento delle richieste di anticipazione”.

Di lui se ne dicono tante in questi giorni. E così, pare confermato che il TFR presto potrebbe finire in busta paga, passando dall’essere trattamento di fine rapporto, all’essere parte stessa della retribuzione.

Una delle idee di fondo che ispirò la riforma di quei primi anni ottanta era la volontà di obbligare il lavoratore, tramite il suo datore, a mettere da parte un pezzettino della sua retribuzione utile – circa una mensilità per anno – per far sì che alla cessazione del rapporto lavorativo, magari dopo 12 anni, questi potesse far conto su un’annualità di stipendio (tempo per tempo) rivalutata; ciò per affrontare/ammortizzare la brusca perdita di reddito e mantenersi in attesa di trovare una nuova occupazione. Altra finalità del TFR è quella para-previdenziale per i superstiti del lavoratore che riceveranno tali importi a titolo proprio – secondo la giurisprudenza maggioritaria – senza necessità, quindi, di accettare l’eredità; fatto da non trascurarsi in ipotesi di stato di grave indebitamento del coniuge o del genitore al tempo della sua morte.

Il legislatore, negli anni successivi, ebbe poi modo di studiare una soluzione per la quale il TFR – comunque non fruibile dal lavoratore fino alla cessazione del rapporto di lavoro (fatte salve le ipotesi di anticipazione) – potesse essere utilizzato per finanziare la propria pensione complementare; arrivandosi così sino al c.d. meccanismo di silenzio assenso per cui il lavoratore deve dichiarare espressamente, al tempo dell’assunzione, se è sua intenzione quella di tenere il TFR presso il datore; in caso contrario o nel caso in cui questi non esprima alcuna volontà, il suo TFR viene destinato ad una forma di previdenza complementare.

Bei tempi, quelli.

Oggi, la morsa della crisi fa ripensare l’idea di un risparmio forzoso e spinge la politica a imbastire diversamente il tessuto normativo a favore di un’iniezione di risorse fresche in busta paga per stimolare i consumi (speriamo siano consumi di prodotti italiani al 100% per stimolare l’occupazione nelle imprese domestiche, ipotesi questa francamente poco creduta).

Arriva quindi il trattamento di fine rapporto in busta paga (rinominabile, a questo punto trattamento di fine rapporto “in busta paga”), come si legge all’Art. 6 del DDL Stabilità.

La scelta tra tenere il Tfr presso il datore, versarlo ad un fondo pensione o ottenerlo in busta paga, lo si è detto in questi mesi, è fortunatamente libera (ma si badi, se si opta per il trattamento in busta paga, eventualmente revocando la decisione a suo tempo presa di versarlo ad una forma di previdenza complementare, tale scelta è irreversibile per almeno un triennio).

Cosa conviene*? Ogni caso è storia a sé, ma guardiamo alle norme.

TFR presso il datore o per le imprese di maggiori dimensioni presso INPS

La quota di TFR viene versata al lavoratore solo alla cessazione del rapporto di lavoro. Di anno in anno il trattamento accantonato (pur se virtualmente) è rivalutato di default dello 1,5% + il 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per famiglie, operai e impiegati (valore che oggi rasenta lo zero). In periodi di scarsa inflazione o deflazione, quindi, la rivalutazione è semplicemente del 1,5%. Le rivalutazioni sono tassate a parte con aliquota del 11%, valore che se dovesse passare in questi termini la legge di stabilità salirebbe al 17% (un aumento di 6 punti sugli 11 originari, più della metà). Al tempo in cui si riceverà il TFR, l’ammontare di questo accantonato post 2001 (al netto delle rivalutazioni già sottoposte a imposta sostitutiva del 11/17%), sarà tassato ai fini irpef con un meccanismo di calcolo articolato con applicazione di un coefficiente pari all’aliquota media pagata dal lavoratore negli ultimi 5 anni.

Questo tipo di fiscalità risulta tanto più conveniente rispetto a quella ordinaria, quanto più aumenti il reddito del lavoratore stesso.

TFR in busta paga

Al lavoratore viene versato in busta paga la quota maturanda di TFR; la quota va ad incrementare il reddito imponibile – con possibili ricadute negative sullo ISEE – e al totale si applicano le aliquote irpef ordinarie (minimo 23%, massimo 43%) + addizionali varie e non il meccanismo di cui si è detto sopra. Fatti 1000 Euro di TFR, di questi almeno 230 € potrebbero andare subito allo Stato (tot. 770 Euro). Essendo, poi, versato in busta paga, il TFR evidentemente non è rivalutato.

TFR ai fondi pensione

Mi tacceranno di essere di parte, ma rispetto alle due opzioni che precedono non mi pare ci sia dubbio sulla convenienza.

La rivalutazione del TFR ai fondi pensione (così come dei contributi versati da datore e lavoratore) è tassata con aliquota dello 11,5%, che è vero, sì, che dovrebbe salire al 20%, salvo ritocchi al ribasso in sede di conversione della legge di stabilità, ma si badi che in questo caso – pur a fronte di qualche punto di fiscalità in più – la rivalutazione del TFR è molto marcata rispetto all’ipotesi di mantenimento del TFR presso il datore (o INPS per le grandi imprese). Guardando ai dati 2013 di COVIP, i fondi negoziali hanno registrato in media un aumento del 5,4%, i fondi aperti del 8,1%, i PIP in gestione separata + 3,6% e quelli di ramo III + 12,2%. E il TFR presso il datore? Solo + 1,7%.

In fase di erogazione della prestazione pensionistica, la tassazione del TFR – al netto della rivalutazione già tassata – va da un minimo del 9% ad un massimo del 15% (tanto per gradire, il minimo beneficio ottenibile è un -8 % rispetto alla più bassa delle aliquote irpef).

Da tenere a mente che varie e numerose sono le ipotesi in cui in corso di rapporto si possono ottenere anticipazioni e riscatti. Argomento, questo, utile a vincere le resistenze di chi non è propenso ad investimenti di medio/lungo periodo.

Questo è quanto. L’importante è agire informati e lo Stato dovrebbe aiutare in questo senso.

Prima di scegliere cosa fare, in ogni caso, rivolgetevi ad un consulente affidabile che, una volta valutata in dettaglio la vostra situazione personale, possa indicarvi la soluzione per voi più conveniente.


*Questo breve confronto dà evidenza solo dei vantaggi/svantaggi per il lavoratore del settore privato (esclusi i lavoratori domestici, quelli del settore agricolo e i dipendenti pubblici a cui la riforma non si applica), per quanto riguarda i datori di lavoro, si rimanda ad un prossimo articolo.

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