Opinione della Settimana

Le mani del Governo in casse e pension fund

Tassazione separata Imc

(Fonte: Milano Finanza)

Se vorranno mantenere una tassazione favorevole sulle plusvalenze realizzate, fondi pensione e casse di previdenza dovranno investire nel modo che dirà il Ministero delle Finanze. Una maniera forse brutale di riassumere la questione, ma la sostanza è questa. In base al nuovo testo contenuto nella legge di Stabilità votato dalla commissione Bilancio del Senato, l’aliquota sui rendimenti sale effettivamente dall’11,5 al 20% nel caso dei fondi pensione e dal 20 al 26% per le casse di previdenza. Unica clemenza concessa dal legislatore: l’introduzione di un credito di imposta del 6% per la quota di investimenti a medio-lungo termine, destinati a finanziare l’economia reale.

Più in dettaglio, è previsto un credito d’imposta del 6% sui redditi delle casse privatizzate «a condizione che i proventi assoggettati alle ritenute e imposte sostitutive siano investiti in attività di carattere finanziario a medio lungo-termine» che dovranno essere individuate con decreto dell’Economia. Lo stesso emendamento prevede poi un credito d’imposta del 9% del risultato netto maturato dei fondi pensione, sempre a condizione che «un ammontare corrispondente» sia «investito in attività a medio o lungo termine». Posto che davvero il credito d’imposta centri l’obiettivo di sterilizzare l’aumento non lieve della tassazione per le forme previdenziali, tutto dipenderà da quali saranno gli «investimenti infrastrutturali» (così li definisce la relazione tecnica) in cui dovranno investire fondi e casse per poterne usufruire. E valutare, volta per volta, se il gioco varrà la candela.

Che dire? Vero: con questo emendamento il governo può ben dire di aver accolto la richiesta presentata da Assofondipensione e dall’industria del risparmio per alleggerire il carico fiscale sugli strumenti di previdenza, rispetto a come era previsto inizialmente. Ma resta da capire quanto del patrimonio gestito potrà davvero beneficiare del credito d’imposta. Soprattutto, lascia perplessi l’inserimento di un canale preferenziale riservato ai soli investimenti che fanno comodo al governante di turno. Certo, sempre meglio di una mossa drastica quale potrebbe essere, per esempio, un prestito forzoso. Ma è l’ennesima discriminazione con cui dovranno fare i conti i gestori dei patrimoni, dopo quella (sempre di tipo fiscale) applicata sdoppiando l’aliquota su titoli di Stato ed equiparati (12,5%) rispetto agli altri investimenti finanziari (26%).

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