Opinione della Settimana

Legge di stabilità: cosa cambia nella previdenza

Previdenza - Pensione Imc

(Autore: Roberto E. Bagnoli – Iomiassicuro.it)

Stop alla penalizzazione sino al 2017, Tfr in busta paga, aumento della tassazione sui fondi pensione e sullo stesso Tfr. E poi un tetto alla crescita dell’assegno per chi nel 2011 ricadeva nel sistema retributivo, l’unificazione dei pagamenti al dieci del mese per chi riceve più prestazioni a carico dell’Inps e la decontribuzione, cioè una riduzione dei contributi a carico dei datori di lavoro. Sono queste le novità in materia previdenziale contenute nel testo finale della Legge di Stabilità 2015. Ma andiamo con ordine cercando di fare il punto della situazione.

Stop alle penalizzazioni. Una buona notizia per i cosiddetti “precoci”, ossia coloro che hanno cominciato a lavorare in tenera età: non vi saranno più penalizzazioni per chi va in pensione entro il 2017. La disciplina attuale prevede, infatti, un sistema che penalizza pesantemente chi decide di accedere alla pensione prima dei 62 anni di età. Queste penalizzazioni, che servivano a scoraggiare l’accesso anticipato con 42 e 6 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 6 mesi di contributi per le donne, prevedevano una riduzione di un punto percentuale per ogni anno di anticipo rispetto ai 62 anni di età minima e di due punti percentuali per gli anni di anticipo rispetto ai 60 anni di età. Per chi per esempio va in pensione a 59 anni, la quota “retributiva”, cioè quella relativa all’anzianità maturata sino al 31 dicembre 2011 (prima dell’ultima riforma che ha introdotto il calcolo “contributivo” per tutti), subisce una riduzione del 6%: 2% per i due anni di anticipo rispetto ai 62, più 2% per l’ulteriore anno di anticipo rispetto ai 60. La penalizzazione, dunque, resta in piedi solo per coloro che si pensioneranno dal primo gennaio 2018 in poi, a meno che l’anzianità contributiva sia costituita solo da contribuzione derivante da effettivo lavoro (esclusi quindi riscatti e periodi figurativi, come la mobilità o la cassa integrazione straordinaria). In questi casi la decurtazione non opera.

Tfr in busta paga. La liquidazione in busta paga per far decollare i consumi. Tradotto in cifre, questo significa che il lavoratore potrà intascare mediamente 70 euro in più al mese. Ma vediamo meglio di cosa si tratta, cominciando da come funziona il Tfr. Per ciascun dipendente l’impresa accantona una soma pari al 6,91% della retribuzione lorda pagata nell’arco dell’anno. Ogni anno, l’accantonamento viene rivalutato dell’1,5% fisso, a cui si aggiunge il 75% dell’inflazione. La Legge di Stabilità prevede che per i periodi di paga che decorrono dal primo marzo 2015 al 30 giugno 2018, i dipendenti del settore privato (con esclusione del personale domestico e gli addetti al settore agricolo) che abbiano un rapporto di lavoro in essere da almeno sei mesi, possano richiedere al datore di lavoro di percepire direttamente in busta paga la quota maturanda di Tfr, compresa quella eventualmente destinata a una forma pensionistica complementare. L’opzione va presentata esplicitamente e non è reversibile, per cui la richiesta interessa il Tfr maturando per 40 mesi; questo periodo non è negoziabile e non può essere ridotto. L’importo erogato in busta paga è assoggettato a tassazione ordinaria e non è imponibile ai fini previdenziali. A questo punto è inevitabile la domanda: l’operazione è conveniente per il lavoratore? E’ evidente che nell’immediato la disponibilità del Tfr fa crescere il reddito, ma bisogna ricordare che la logica dell’accantonamento serve a garantire una protezione futura quando il rapporto di lavoro finisce. In mancanza di correttivi, inoltre, si correrebbe il rischio di incassare dei soldi oggi rinunciando a maggiori benefici domani. Il denaro che il dipendente lascia nelle casse dell’azienda, come già detto, ha una crescita annuale prodotta da un interesse dell’1,5%, più il 75% del tasso d’inflazione. Al netto della tassazione dell’11% (che a partire dal primo gennaio 2015 passerà al 17%), nel 2013 la rivalutazione del Tfr è stata pari all’1,7%, e nei primi sei mesi del 2014 allo 0,9%. Praticamente, nel giro di dieci anni il Tfr può rivalutarsi del 15-20%, polverizzando il vantaggio di un incasso immediato. Per non parlare del Fisco. L’erogazione mensile del Tfr in busta paga sarà sottoposta a un prelievo fiscale maggiore rispetto alla “tassazione separata” che è attualmente prevista per la liquidazione a fine rapporto. Secondo numerosi esperti del settore, inoltre, il Tfr in busta paga potrebbe prefigurare il funerale alla previdenza complementare, in cui la liquidazione rappresenta la principale fonte di contribuzione.

Tassazione fondi di previdenza. L’annunciato aumento della tassazione a carico del Tfr e dei fondi pensione è stato confermato. A partire dal primo gennaio 2015, la rivalutazione annuale del Trattamento di fine rapporto sarà tassata con un’aliquota del 17% (rispetto al precedente 11%) mentre per i rendimenti finanziari dei fondi pensione si applicherà un’aliquota del 20%, rispetto al precedente 11,5%. Sono esclusi coloro che hanno già avuto il riscatto della propria posizione. Per i rendimenti delle Casse previdenziali dei professionisti, infine, si passerà dal 20% al 26%. Va qui ricordato che l’aliquota ordinaria sui rendimenti finanziari è del 26%, quella sui Bot del 12,5%. In un primo momento il Governo aveva fatto intendere che avrebbe ridotto l’aumento (s’ipotizzava un’aliquota del 17% per allinearla a quella per il Tfr), ma nel testo definitivo della legge è stato ricavato soltanto un credito d’imposta. Per compensare l’aumento della tassazione, rispettivamente al 26% e al 20%, il testo approvato, concede un credito d’imposta per Casse previdenziali (del 6%) e fondi pensione (del 9%), se investiranno nell’economia reale. L’utilizzo del credito, che avverrà attraverso un complesso meccanismo, è consentito solo entro i limiti di quello maturato in ragione degli investimenti realizzati, e nel rispetto di tetti massimi pari al 30% nell’anno di accoglimento dell’istanza, 70% nell’anno successivo e al 100% nel secondo anno successivo. La parte di credito che eccede le misure massime indicate per ciascun anno dev’essere riportata negli anni successivi e potrà essere fruita entro il secondo anno successivo alla presentazione dell’istanza.

Pensioni elevate. Semaforo rosso anche ai trattamenti che fino al 31 dicembre 2011 sono calcolati con il criterio contributivo che con il sistema retributivo, dal 1° gennaio 2012, darebbero luogo ad un assegno più elevato di quanto sarebbe stato corrisposto con il previgente regime. La legge di Stabilità prevede che il trattamento non deve eccedere quello che sarebbe stato liquidato con l’applicazione delle regole di calcolo vigenti prima della riforma. Ai fini della liquidazione della pensione si dovrà computare l’anzianità contributiva necessaria per il conseguimento del diritto alla prestazione, integrata da quella eventualmente maturata fra la data di conseguimento del diritto e la data di decorrenza. La novità, che riguarderà anche le pensioni già in pagamento, comporta che sarà considerata utile ai fini della misura della pensione la contribuzione accreditata sino a 42 anni e mezzo di contributi (41 anni e mezzo le donne), mentre i contributi eccedenti tale soglia non serviranno a far crescere ulteriormente l’assegno. In sostanza viene ripristinata la cosiddetta clausola di salvaguardia, che originariamente era prevista dal testo della riforma Monti-Fornero e che prevedeva il tetto dell’80% sull’importo dell’ultima retribuzione, clausola poi scomparsa nel testo definitivo della legge di riforma. La novità riguarderà soggetti con posizioni di alto livello, soprattutto nel settore pubblico (dirigenti, docenti universitari, magistrati), i quali alla fine percepirebbero un assegno più alto di quello che avrebbero avuto con il calcolo retributivo (80% della media degli ultimi anni di lavoro).

Pagamento pensioni. A partire dai ratei in pagamento dal primo gennaio 2015, i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni e le indennità di accompagnamento erogate agli invalidi civili, nonché le rendite vitalizie dell’Inail, saranno accreditati il giorno dieci di ciascun mese (o il giorno successivo se festivo o non bancabile), con un unico pagamento. La norma ha lo scopo di razionalizzare e uniformare procedure e tempi di pagamento delle prestazioni previdenziali erogate dall’Inps, dopo l’incorporazione dell’Inpdap (l’ex ente di previdenza del pubblico impiego) e dell’Enpals (ente dei lavoratori dello spettacolo). In proposito è stato chiarito che lo slittamento dal primo del mese al giorno dieci, riguarderà solo coloro che percepiscono più di una prestazione con diverso calendario. Nessuna novità dunque per la stragrande maggioranza dei pensionati con un unico trattamento, né per coloro che hanno due trattamenti pagati dallo stesso ente (esempio, pensione diretta e reversibilità entrambe Inps).

Decontribuzione. Al fine di promuovere forme di occupazione stabile, ai datori di lavoro privati, con riferimento alle nuove assunzioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato (con l’esclusione dei contratti di apprendistato e dei contratti di lavoro domestico), decorrenti dal primo gennaio 2015 e stipulati entro il 31 dicembre 2015, è riconosciuto, per un periodo massimo di 3 anni (36 mesi), l’esonero dal versamento dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, con l’esclusione dei premi e contributi dovuti all’Inail, nel limite massimo di un importo (di esonero) pari a 6.200 euro su base annua. Se nell’anno il calcolo dei contributi, applicando le aliquote contributive Inps per il settore di riferimento, risulta superiore a tale cifra, i contributi eccedenti i 6.200 euro sono regolarmente dovuti. Un esempio. Per un operaio dell’industria con meno di quindici dipendenti, l’aliquota contributiva a carico dell’azienda è pari al 30,88%. Così il datore di lavoro che assume a tempo indeterminato un giovane con uno stipendio lordo di 22.000 euro, dovrà comunque versare all’Inps 593,60 euro, ossia la differenza tra 6.793,60 (il 30,88% di 22mila euro) e il tetto di 6.200. La decontribuzione agisce sulla sola quota dovuta dall’azienda. In sostanza, al lavoratore verrà trattenuta in busta paga la quota di contributi a proprio carico (il 9,19% della retribuzione). Un’ultima importante annotazione riguarda l’accantonamento ai fini pensionistici, che rimane intatto: il dipendente accantona il 33% della sua retribuzione anche nel triennio in cui la sua azienda ha beneficiato dell’esonero.

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