Opinione della Settimana

La reattività premia le reti, per Generali e Mediolanum doppia leva sulle assicurazioni

Assicurazioni - Redditività Imc

(Autore: Mariano Mangia – Repubblica Affari & Finanza)

Il modello dei servizi di investimento a confronto con il resto d’Europa, sotto la lente della Bocconi. Tecnologie e modello di business analalizzati alla tre giorni romana di ConsulenTia 2015

Il modello specializzato di distribuzione dei servizi di investimento in Italia è un “unicum” e all’interno di questo unicum, il modello di business è declinato in maniera differente. Prevale il modello banca-rete, ma cambia il grado di apertura ai prodotti, finanziari e assicurativi, di terzi; non è una banca Azimut, caratterizzata da un più stretto rapporto fabbrica prodotto-distribuzione e che ricorre a “componenti” di terzi per i servizi diversi dall’asset management, mentre FinecoBank ha una propria rete di promozione, ma contemporaneamente è anche uno dei maggiori broker online in Europa. In ogni caso, un modello di successo quello delle reti di promozione, in termini di produttività, lo confermano i dati di raccolta degli ultimi anni, e anche in termini reddituali.

Non a caso, le banche tradizionali hanno riscoperto la figura del promotore, anche in questo caso con modelli diversi: dalla semplice mobilitazione del personale di sportello, l’offerta fuori sede, a nuovo canale di distribuzione; la promozione finanziaria, è la novità dell’ultimo anno, coinvolge ora anche le banche dirette, dove va a integrare o addirittura a sostituire una rete leggera di sportelli. Insomma, un mondo che si va adeguando rapidamente ai tempi e che, anzi, tenta di anticiparli, visto anche il grande interesse che suscita spesso l’introduzione di prodotti sempre nuovi in un mercato ricco di fermenti.

Ma le reti di distribuzione italiane rappresentano un “unicum” anche in Europa? “Ogni paese ha le sue specificità, tanti “unicum”, non facili da comparare”, è una delle conclusioni della ricerca I servizi di investimento in Europa. Modelli di business e impatto della Mifid2, presentata nel convegno inaugurale di ConsulenTia 2015 dalla professoressa Paola Musile Tanzi del Centro di Ricerca Baffi-Carefin e Università Bocconi. Il confronto è stato effettuato tra 15 operatori specializzati nella distribuzione di servizi finanziari di Italia, Francia, Germania, Spagna, Olanda e Regno Unito – in questi ultimi due paesi è in vigore la normativa RDR (Retail Distribution Review) sulla consulenza finanziaria – e 12 “global player”, di fatto i due maggiori gruppi bancari per ciascuno dei sei paesi (per l’Italia, Unicredit e Intesa Sanpaolo). I modelli di business degli operatori specializzati sono, come detto, molto eterogenei tra loro: si va da broker online, come Comdirect del gruppo Commerzbank, a Union Financière de France del gruppo Aviva, che affianca alle assicurazioni vita il brokeraggio immobiliare. Tratto comune dei 15 operatori, l’elevata incidenza del margine derivante da servizi per conto terzi sul totale della redditività: in media siamo oltre il 73%, contro il 26% circa dei global player.

Cosa emerge da questa analisi? Il modello di operatore specializzato non appare più efficiente del modello di banca tradizionale, il rapporto costi/margini non evidenzia differenze significative tra i due gruppi, l’unica annotazione è il recupero di efficienza che si rilevaper gli specializzati, il valore dell’indicatore nel 2013 è inferiore a quello del 2009. C’è, poi, una conferma di quanto già emerso nella ricerca presentata nella precedente edizione di Consulentia: esiste una sorta di “cap” al profilo di redditività lorda degli operatori specializzati, il rapporto tra margine da intermediazione e raccolta totale è pari, in media, a 109 punti base, contro i 357 punti base dei global player. “E” un dato coerente con il fatto che gli specializzati nella loro attività prevalente non assumono rischio finanziario in proprio, ma svolgono servizi per conto terzi”, spiega Musile Tanzi. Dove la validità del modello specializzato emerge in pieno è, invece, in termini di redditività netta, misurata dal Return on Equity (Roe), il rendimento dei mezzi propri. “Nel 2013 la media del Roe degli operatori specializzati è decisamente più elevata, siamo al 18% contro lo 0,96% dei global player, quindi il distacco è consistente”, sottolinea la docente Bocconi. “E” vero che c’è un dato anomalo tra i global player, un operatore presenta un valore negativo di Roe che abbassa la media, ma, anche considerando le due mediane, 17% contro il 5%, il divario resta elevato”. In sostanza, i numeri ci dicono che l’assunzione di maggior rischio, di credito e di mercato, da parte delle banche tradizionali, non viene premiata, anzi, nel periodo considerato, si è tradotta in un freno alla redditività. Altre interessanti indicazioni scaturiscono dall’analisi della redditività effettuata ripartendo gli operatori specializzati in tre sottogruppi, basandosi su alcune caratteristiche distintive dei loro modelli di business. Ebbene, la redditività più elevata è stata riscontrata negli operatori che hanno puntato maggiormente su prodotti assicurativo-previdenziali: è il caso delle italiane Banca Generali e Banca Mediolanum. Gli operatori focalizzati sull’asset management presentano una redditività leggermente inferiore e qui la discriminante sembra essere il grado di apertura dell’architettura di offerta, Azimut presenta il miglior risultato del 2013 con 120 punti base, il valore minimo, 51 punti base, è della spagnola Renta4 che unisce l’attività di brokeraggio all’asset management con fondi propri e di terzi. La marginalità più bassa, infine, è quella degli operatori più “tecnologici” come Fineco, la tedesca Comdirect, l’olandese BinckBank e l’inglese Hargreaves Lansdown. “La tecnologia da sola non basta per raggiungere certi obiettivi anche di efficientamento del servizio”, è il commento di Musile Tanzi, “funziona, solo se combinata ad altre modalità distributive”.

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