Opinione della Settimana

Pensioni, «serve un contributo per evitare la guerra tra generazioni»

Età pensionabile - Pensioni Imc

(di Alberto Brambilla, Presidente CTS Itinerari Previdenziali – Corriere Economia)

Dopo la bocciatura del blocco della scala mobile introdotto dalla legge Fornero. Un prelievo generalizzato e crescente su tutte le rendite: gettito destinato a incentivi fiscali per favorire le assunzioni. E dare così stabilità al sistema

La sentenza della Corte costituzionale che ha annullato la deindicizzazione delle pensioni oltre tre volte il minimo introdotta dalla legge Fornero, può essere un’opportunità per ripensare a come fare per generare un migliore equilibrio tra pensioni e lavoro.

I punti critici

Il ragionamento si basa su alcuni presupposti:

  1. il nostro sistema previdenziale è a ripartizione il che significa che con i contributi dei lavoratori attivi si pagano le pensioni;
  2. come ogni sistema a ripartizione anche il nostro sottende un patto generazionale cioè una garanzia che ogni generazione consentirà a quella che l’ha preceduta di percepire la pensione;
  3. i tassi di occupazione nel nostro paese sono molto bassi;
  4. il cuneo fiscale è elevatissimo: siamo al primo posto per contributi sociali e nelle prime 5 posizioni per carico fiscale;
  5. è fuor di dubbio che tutte le pensioni calcolate con il metodo retributivo siano assai più generose (soprattutto perché consentivano ampi spazi di evasione ed elusione) rispetto a quelle contributive;
  6. il sistema pensionistico ora è certamente in equilibrio ma per reggere nel tempo ha necessità che l’economia migliori, che ci sia più sviluppo e maggiore occupazione.

Lo capiscono tutti che se negli anni della crisi abbiamo perso più di un milione di posti di lavoro significa che abbiamo 1 milione di persone che non versano più i contributi e quindi il sistema soffre e va in deficit, anche a causa della generosità delle citate pensioni retributive.

Quindi ricapitolando: abbiamo scarsi livelli di occupazione dovuti anche all’eccessivo carico contributivo e fiscale mentre per mantenere l’apparato pensionistico/assistenziale occorrerebbe una maggiore occupazione soprattutto per la parte giovani (fino ai 29 anni) e per la «coda» cioè per gli over 55, troppo giovani per la pensione e spesso troppo costosi per restare al lavoro. Per inciso nel 2013 il costo complessivo del sistema che impropriamente chiamiamo pensionistico vale 280 miliardi di cui i due terzi sono pensioni e un terzo assistenza pura. Alla fiscalità generale il sistema è costato circa 100 miliardi.

L’idea

Cosa possiamo fare? Conviene ai pensionati pagare qualcosa di più per garantirsi sia il patto intergenerazionale sia più semplicemente la loro pensione? La Corte costituzionale potrebbe avvallare un provvedimento che si ponga l’obiettivo di favorire un aumento dell’occupazione sia under sia over e quindi di rendere più sostenibile il bilancio prettamente previdenziale e quello assistenziale? Considerando che con il Jobs Act si sono create le premesse per un aumento dell’occupazione si potrebbero fare due proposte:

a) prevedere che per tutte le 23,3 milioni di prestazioni in pagamento l’indicizzazione ai prezzi sia pari al 90%;

b) introdurre un contributo di solidarietà su tutte le prestazioni, anche assistenziali, generate dal metodo retributivo; ricordo che per i «poveri» contributivi cioè i giovani che hanno iniziato a lavorare dal 1996 non sono più previste ne le maggiorazioni sociali né le integrazioni al minimo di cui oggi godono oltre 4,6 milioni di pensionati su 16,3 milioni, un numero enorme di persone che in 65 anni di vita hanno pagato pochi contributi e forse pochissime tasse (che non pagano neppure oggi su queste prestazioni) e che gravano prevalentemente sulle giovani generazioni.

Il contributo sarà basso, ad esempio, dello 0,5% sulle pensioni fino al minimo (circa 2,5 euro al mese) per arrivare a percentuali più consistenti al crescere degli assegni. A seconda delle percentuali si potrebbero incassare tra i 5 e 7 miliardi l’anno; per fare cosa? Semplice, per creare incentivi fiscali finalizzati sia all’assunzione degli under 29 sia degli over 55. Gli incentivi andrebbero a sostituire l’attuale decontribuzione prevista nel Jobs Act per i prossimi 3 anni sulle assunzioni con il contratto a tutele crescenti. Ricordo che quando venne eliminata la decontribuzione per le regioni del Mezzogiorno a seguito delle previsioni europee (accordo Pagliarini – Van Miert del 1994) fu un disastro per il Sud. E’ più che prevedibile che anche alla scadenza del triennio ciò accada; non succederebbe se gli incentivi fiscali (un’Irap positiva, cioè più assumi e più sconti fiscali hai) fossero stabili. Un aumento dell’occupazione, avrebbe il merito di aumentare i livelli di contribuzione e ridurre le spese per gli ammortizzatori sociali. Eliminerebbe in radice tutte le richieste di sussidi (reddito minimo e così via) e genererebbe un circolo virtuoso (meno gente che si rifugia nell’assistenza e più lavoratori). Con i 5/7 miliardi si può fare molto per l’occupazione soprattutto quella under, over e femminile. Credo che essendo un provvedimento (molto impopolare per la politica) utile al Paese e gravante sull’intera collettività di coloro che hanno interesse a mantenere l’equilibrio del sistema previdenziale (cioè la loro pensione), la Consulta potrebbe accettarlo.

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