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Un uomo solo al comando contro il cancro. Per vincere

Cycling against the cancer - Massimo Congiu IMC

Aeroporto di Fiumicino. Lo incontriamo al check-in dei voli internazionali trasferiti dall’inagibile Terminal 3. “È stato un incendio. Chissà chi è l’assicuratore”, dice con cognizione di causa. Non ha la “mise” con cui siamo abituati a vederlo: giacca e cravatta hanno lasciato il posto ad equipaggiamento tecnico, da ciclista serio ed impegnato. La maglia che indossa la dice lunga su ciò che ha affrontato e ciò che si appresta a fare: I’m cycling against the cancer.

È Massimo Congiu (nella foto), presidente Unapass. Guarda con attenta apprensione l’imbarco speciale della bici nuova fiammante che lo accompagnerà in questa avventura; l’occhio vigile, il telefono in mano a controllare le mail. Sorridente, sicuro e disponibile, scambia due chiacchiere con noi in attesa di imbarcarsi.

Massimo, come nasce l’idea di questa impresa?

Esattamente un anno fa mi veniva diagnosticato un tumore maligno.

Cosa succede in quel momento? Cosa si prova, se si può descrivere?

In un istante si passa dalla forza delle certezze alla debolezza dell’incertezze. Ti ritrovi in quella situazione che spesso come intermediari di assicurazione ipotizziamo durante una trattativa commerciale con un cliente: “Non accadrà mai a lei, ma se dovesse accaderle un imprevisto?”. E gli imprevisti, ahimè, sono sempre dietro l’angolo.

Come si reagisce? Cosa si può fare?

Non vale toccare ferro o far finta che tanto “succederà” a qualcun’altro. Quando mai dovesse arrivare, val la pena essere piú forti e piú organizzati della malattia.

E quindi?

Cosí io ho fatto! Da appassionato ciclista, passista dilettante, ho cominciato ad affrontare gli interventi chirurgici ed i cicli di chemio come fossero delle salite: certamente impegnative ma non proibitive. E come per tutti i percorsi in salita, si arriva alla vetta per poi godersi una lunga discesa.

In che modo la malattia ti ha cambiato?

Dopo un anno ho superato la malattia, e qualora dovesse farsi nuovamente vedere ci ritroverà ancora più forti!

In che senso?

Questa malattia ti rende comunque piú forte: se non fisicamente, aumenta in ogni caso la forza interiore.

In che modo?

La frequentazione di un ospedale ti mette a contatto con la dimensione della sofferenza, dell’umanità che c’è dietro ogni persona che soffre e dietro le persone che la sostengono. Ti cambia il punto di osservazione delle cose, la scala delle priorità, le ragioni per le quali vale la pena spendersi una vita. In questo anno ho avuto diversi contatti con colleghi che sono entrati a far parte del “club”: abbiamo creato una eccezionale rete di solidarietà.

Cosa significa affrontare il “Camino de Santiago”?

In questi dieci giorni di Cammino di Santiago voglio portare con me la “ricchezza” di tutte le sensazioni che in questo ultimo anno ho vissuto, ripercorrendole fisicamente con una bici nella suggestione che avvolge questa parte d’Europa: I’m cycling against the cancer.

La malattia ti ha isolato dal tuo ruolo di rappresentanza?

Durante il periodo della malattia non ho mai smesso di seguire le vicende che hanno riguardato il mondo degli Agenti di assicurazione, come Agente e come presidente Unapass; alcune volte in prima persona e molte altre a distanza, grazie all’impegno costante dei miei preziosi colleghi.

Anche qui è cambiato il tuo punto di osservazione rispetto a prima?

Ho toccato con mano quell’esigenza che nei convegni si racconta con paroloni come “welfare integrato”, o “funzione sociale” delle imprese di assicurazione e degli intermediari. Ci sono mondi inesplorati, vere praterie da conquistare e spazi di autonomia da presidiare. Appare assurdo che, invece, gli intermediari siano ancora vincolati ai modelli degli anni ‘70, sospesi tra la paura di cambiare e le certezze sempre piú fragili di quei modelli.

Per esempio?

Si ritiene economicamente rilevante la raccolta premi, ritenendola un’indicazione di grandezza importante, ma dimenticandosi spesso quella piú realistica del volume e della qualità delle provvigioni. Non sappiamo deciderci tra la difesa dei diritti acquisiti – sempre piú ridotti nella sostanza e nel numero dei diretti destinatari – e la rivendicazione di piú stabili spazi di tutela. Tentenniamo tra l’enunciazione di una generica autonomia dalle compagnie e la convenienza di restarne legati quotidianamente.

Cosa devono fare gli Agenti, allora?

Riprendiamoci la consapevolezza di essere attori protagonisti del mercato assicurativo! Riscopriamo il ruolo sociale dell’Agente di assicurazione, sperimentiamo nuovi e vincenti modelli organizzativi delle nostre Agenzie e della loro rappresentanza, moderna ed adeguata alle sfide del mercato. Creiamo un vero e nuovo sistema di supporto per quei Colleghi che vivono situazioni di gravi perdite di redditività e rischiano di essere marginalizzati.

Cosa ci riserverà il futuro prossimo venturo?

Immagino il prossimo autunno foriero di novità e di reale rilancio dell’attività di intermediazione assicurativa, quella di noi Agenti: molto umana, virtuosa e poco virtuale. Passeremo dalla difesa all’attacco. Dovremo, cioè, evitare di commettere l’errore di quanti per secoli hanno creduto che il mondo finisse a Finisterre, solo perchè qualche rappresentante di compagnia o di agenti vorrebbe ancora farcelo credere.

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