Opinione della Settimana

Tfr, scegliere bene per migliorare il nostro futuro

Domande e risposte (2) Imc(di Francesco Pietro Foppa Pedretti – Il Punto, Giornata Nazionale della Previdenza e del Lavoro)

Scegliere dove destinare il proprio TFR non è cosa semplice.

Ad oggi, nel nostro Paese, esistono sostanzialmente tre possibili alternative a riguardo della destinazione del TFR:  richiederlo in busta paga, mantenerlo in azienda o destinarlo ad un fondo pensione. Andiamo per ordine. Dagli ultimi dati statistici a disposizione solo lo 0,05% dei lavoratori ha deciso di richiedere il proprio TFR in busta paga. Questa scelta, in controtendenza con quanto previsto dal Governo (il quale prevedeva che il 40%/50% dei lavoratori abbracciasse questa opzione), è sostanzialmente guidata dall’alta tassazione ordinaria prevista sul “bonus”, tale da favorire solamente le fasce più basse di reddito (si rimanda all’articolo TFR in busta paga, per ora un flop). Lasciare il proprio TFR in azienda è invece la strada più percorsa dagli italiani. Tale scelta deriva sostanzialmente da due ragioni: la prima radicata nella nostra mentalità, la seconda più tecnica. Esplicitiamo meglio il concetto. I fondi pensione in Italia sono molto spesso confusi erroneamente con il concetto di Compagnia di Assicurazione. A ben vedere però le stesse, in questo contesto, hanno nella maggior parte dei casi unicamente il ruolo di gestori del capitale a disposizione del fondo. Considerando la repulsione dell’italiano nei confronti delle assicurazioni si riesce dunque a spiegare lo scarso impegno di capitale nei fondi pensione. Il secondo aspetto che fa in modo che il ricorso alla previdenza complementare non abbia, soprattutto ora, un gran riscontro deriva direttamente dalle ultime norme e leggi definite dal Governo (si ricorda ad esempio che è da poco stata revisionata la pressione fiscale sui fondi pensione che è passata dal 11% al 20%). Una serie di ragioni dunque che spingono gli italiani a stare ben lontani dall’idea di salvaguardarsi il proprio futuro.

Eppure qualcosa si muove ugualmente. Dagli ultimi dati riportati dalla COVIP e relativi al 2014 c’è stata una crescita delle adesioni ai fondi pensione, rispetto al 2013, del 5,4% con un numero di iscritti di 6,5 milioni. Ovviamente anche il patrimonio degli stessi è aumentato arrivando a sfiorare, alla fine del 2014, il valore di 131 miliardi di euro, il 12% circa in più rispetto all’anno precedente. Per ultimo, anche il rendimento degli investimenti nel 2014 è stato di gran lunga migliore della rivalutazione media del TFR lasciato alle aziende. Dalla relazione annuale redatta dalla COVIP si evince infatti come i rendimenti positivi ottenuti dai fondi hanno “beneficiato del buon andamento dei mercati finanziari, sostenuti dalle politiche monetarie fortemente espansive e dalle migliorate condizioni dell’economia globale, pur in presenza di situazioni disomogenee”. Al netto dunque della fiscalità e dei costi di gestione si osserva:

  • Rendimento medio del 7,3% per i fondi pensione negoziali;
  • Rendimento del 7,5% per i fondi pensione aperti;
  • Rendimento del 6,8% per i PIP di ramo III;
  • Rendimento del 2,9% per i PIP di ramo I.

La rivalutazione del TFR si è invece assestata sul 1,3%.

Dati molto importanti che fanno capire, una volta di più, la convenienza di aderire ad un fondo pensione. La scelta però non è cosa semplice e scontata. Capire a quale fondo destinare il proprio capitale e definire la linea di investimento a cui si vuole aderire sono solo due possibili motivi di indecisione.

Perché parliamo di linea di investimento?

L’adesione alla previdenza complementare, considerando il principio di capitalizzazione che contraddistingue i fondi pensione appartenenti al secondo pilastro, prevede l’investimento in mercati finanziari del capitale versato al fondo. Più precisamente, ogni singola linea di investimento, o comparto, è  soggetta a precisi limiti in relazione sia alle tipologie di investimento che alle percentuali di capitale destinabile alle stesse. Nel caso dei fondi pensioni aperti, sono stati individuati 7 comparti di investimento in funzione della loro rischiosità (e quindi alla quota di investimento in titoli azionari).

Fondi pensione - Tipologia di fondo

Come in ogni contesto, maggiori sono le possibili scelte e maggiore è l’indecisione. A tal proposito è, a mio parere, fondamentale fare una duplice valutazione: la prima riguarda il proprio grado di avversione al rischio, la seconda la propria età. Per quanto riguarda il primo punto è importante sottolineare che, maggiore è la quota del portafoglio investita in titoli azionari e maggiore sarà la volatilità del risultato finanziario. In termini pratici, se l’obiettivo è avere un investimento sicuro si devono evitare i fondi fortemente esposti all’andamento dei titoli azionari. La seconda valutazione da fare, come definito anche in precedenza, riguarda l’età dell’aderente. L’anagrafica assume infatti un ruolo base nella scelta. Avere 25 anni ed averne 60 dovrebbe infatti fare riflettere in merito alla linea di investimento da scegliere. Più lontana è l’età al pensionamento e minore, in teoria, dovrebbe essere l’avversione al rischio. Questa considerazione non nasce dal fatto che i giovani uomini siano più “incoscienti” degli adulti bensì dal fatto che, in caso di andamento negativo dei mercati azionari per qualche anno, maggiore è il lag temporale rispetto al pensionamento e maggiore è il periodo di tempo in cui si può ricostruire la proprio posizione. Per qualcuno questa idea può essere scoraggiante già in partenza ma se guardiamo al mondo assicurativo veniamo immediatamente smentiti. Da qualche anno infatti esistono particolari tipologie di investimento, definiti nel gergo tecnico Life Cycle, che prevedono una graduale riduzione del rischio finanziario all’aumentare dell’età dell’assicurato. In termini pratici, questi piani prevedono che all’avvicinarsi dell’età pensionabile il grado di rischio del portafoglio dell’assicurato si modifichi ad intervalli temporali predefiniti, passando da comparti più rischiosi a comparti con profilo di rischio minore. Così facendo si riesce ad ottenere, per ogni fascia di età, una composizione del portafoglio considerata ottimale portando dunque il beneficiario ad ottimizzare il proprio livello di rischio – rendimento. Ovviamente, aderendo ad un programma di questo tipo, viene comunque mantenuta la possibilità per l’assicurato di cambiare comparto quando lo si ritenga necessario.

Mi sento di consigliare, anche alla luce dell’ultima relazione COVIP, un’adeguata valutazione della propria e futura posizione pensionistica. Aderire ad un fondo pensione è evidente che non porta a risultati nel brevissimo periodo ma gli effetti futuri sono  tutt’altro che di poca rilevanza. Soprattutto per i più giovani, appena entrati nel mondo del lavoro, è di fondamentale importanza prevenire sin da oggi le possibili problematiche future legate al sistema pensionistico di primo pilastro individuando mirate linee d’azione al fine di garantirsi un adeguato sostentamento economico una volta maturati i requisiti al pensionamento.

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