Opinione della Settimana

Drago e il peso del Leone

Generali - Facciata sede Trieste Imc

(di Andrea Giacobino – Milano Finanza)

De Agostini-Generali: Il riassetto della quota nella compagnia triestina ha riacceso il faro su una partecipazione chiacchierata, legata all’operazione Toro del 2006. E che oggi alla famiglia novarese costa ancora 250 milioni

Euro più, euro meno, al conto mancano ancora circa 250 milioni di euro. Sempreché si consideri vendita quella che è stata a tutti gli effetti un’operazione in famiglia. A otto anni di distanza dall’entrata come soci forti nelle Assicurazioni Generali, le famiglie Boroli e Drago, proprietarie della De Agostini e della quotata Igt (ex Gtech e, prima ancora, Lottomatica), cominciano a razionalizzare un’avventura che ha finora portato più spine che gioie. Le mosse concomitanti sono avvenute nelle ultime settimane e si sono concluse con la cessione da parte della B&D Holding, l’accomandita della dinastia presieduta da Marco Drago, dello 0,7% di Generali, riducendo la quota dal 2 all’1,3% circa, cioè portandola sotto i radar Consob delle partecipazioni rilevanti. La Sapa ha incassato 200 milioni perché tramite Dea Partecipazioni controllata da De Agostini (a sua volta detenuta dalla B&D Holding) ha venduto 11,1 milioni di titoli a 17,9 euro cadauno, prezzo borsistico di fine luglio. Alla quota residuale di Dea Partecipazioni va aggiunto lo 0,4% del Leone di Trieste detenuto dalla lussemburghese B&D Finance, che però proprio poche settimane fa è rientrata in Italia ed è stata assorbita dalla B&D Finance, controllata dalla Sapa. Dea Partecipazioni aveva in carico l’intera quota a 485 milioni a fine 2014, rispetto a un costo di 940 milioni sostenuto nel 2006: visto che lo scorso anno è stato ceduto un mini-pacchetto realizzando una piccola plusvalenza di 3,5 milioni, dopo la cessione restano ancora da recuperare circa 250 milioni sull’investimento.

Ma a chi sono stati venduti i titoli del Leone di Trieste? Ad alcuni esponenti dei quattro rami delle famiglie Boroli-Drago che in base ai nuovi patti parasociali hanno liquidato in finestre prestabilite il loro investimento in De Agostini e sono stati remunerati, appunto, con asset finanziari. «Nessun cambiamento strategico; Generali, come abbiamo sempre detto, è e rimane un investimento finanziario di medio-lungo periodo», ha dichiarato Lorenzo Pellicioli, amministratore delegato di De Agostini. È proprio così? In realtà gli stessi accordi parasociali stabiliscono che gli azionisti diretti di De Agostini venderanno all’accomandita un altro pacchetto del 9,47%. Tale vendita dovrà realizzarsi in massime quattro tranche annuali pari a non meno del 25% delle azioni in vendita. E a quel punto bisognerà capire quali asset deciderà di cedere ai suoi soci la De Agostini e se la strategicità della quota nella compagnia sarà confermata anche in futuro. È Pellicioli, in effetti, il regista dell’operazione Generali, di cui oggi è consigliere e membro del comitato nomine e corporate governance e di quello remunerazioni. Dopo l’operazione Seat–Telecom, da cui era uscito con la mega-stock option da 168 miliardi di vecchie lire, il manager bergamasco di Alzano Lombardo era stato chiamato dai Boroli-Drago per rilanciare il gruppo. Ne ha fatto in pochi anni una conglomerata, grazie all’operazione Lottomatica-Gtech, all’acquisto di Magnolia e quello di Zodiak, fino appunto allo sbarco nei salotti buoni della finanza con l’ingresso in Generali. Dove i Boroli-Drago entrano nel 2006, quando grazie a Pellicioli vendono alle Generali la compagnia assicurativa Toro. Dopo la cessione di Seat, è un altro affare d’oro di Pellicioli: la Toro, che un banchiere d’affari era pronto a vendere a un gruppo spagnolo, frutta alla holding dei Boroli-Drago una plusvalenza di 1,5 miliardi di euro e 1,7 miliardi di cash. A Trieste bisogna però fare i conti con l’amministratore delegato Giovanni Perissinotto, in carica dal 2001, che strapaga i proprietari della De Agostini ma chiede loro in cambio di comprare azioni del Leone, ottenendo così di costituire un nocciolo duro di azionisti privati di contrappeso alla presenza ingombrante di Mediobanca. A quell’epoca il titolo veleggia sui 25 euro, già in caduta dalla quota 40 toccata sei anni prima. Detto e fatto: i Boroli-Drago comprano inizialmente un 2%, per salire fino al 4% nel 2007, quando il gruppo di Novara diventa terzo socio del Leone, per poi stabilizzarsi attorno al 2,5%. Il valore di carico dell’investimento è di 24,90 euro. In realtà, la mercé di scambio tra Perissinotto e i Boroli-Drago non si limita all’acquisto dei titoli, secondo una collaudata logica di favori tra parti correlate che il top manager del Leone ha adottato su larga scala. Il gruppo di Novara infatti si lega al gruppo assicurativo di Trieste anche con una importante operazione nel settore dei fondi di private equity: si tratta di circa 300 milioni di euro di committment di Generali in fondi riconducibili alla De Agostini. L’intreccio però comincia a scricchiolare quando il titolo del Leone inizia a precipitare. Dopo aver sfiorato i 34 euro a metà 2007, la caduta è inarrestabile, colpa sia della crisi finanziaria sia del peso dello stock di titoli di Stato presente in portafoglio. Ma la gestione Perissinotto vede l’azione crollare fin sotto la fatidica soglia dei 10 euro. Il nocciolo duro dei grandi soci privati che il manager ha coltivato per anni, da Francesco Gaetano Caltagirone a Leonardo Del Vecchio, dagli Amenduni fino agli stessi Boroli-Drago, comincia ad agitarsi, perché, nonostante gli affari in comune, deve comunque mettere mano a pesanti svalutazioni dell’investimento assicurativo nei rispettivi veicoli. Per la B&D Holding il conto più pesante arriva col bilancio 2010, quando vengono appostati 406 milioni di euro di write-off sul pacchetto azionario, all’epoca del 2,68%.

Poi, tra il 2011 e il 2012, avviene il grande ribaltone a Trieste, con l’uscita traumatica prima del presidente Cesare Geronzi e pochi mesi dopo dell’amministratore delegato Perissinotto, licenziato a mezzo stampa da Del Vecchio e poi affondato dagli azionisti privati delusi dall’andamento del titolo del Leone. Con l’arrivo sulla plancia di comando di Mario Greco le cose si mettono un po’ meglio dal punto di vista borsistico; l’azione Generali rifiata sfiorando i 20 euro e i Boroli-Drago possono rivalutare la partecipazione nella compagnia di 126 milioni sul bilancio 2013 a 17,1 euro ad azione, anche se poi la riducono a 15,5 euro con l’esercizio 2014 di Dea Partecipazioni. E a quel punto scatta la vendita in famiglia. Augurandosi per il futuro che, oltre alle cedole, la gestione Greco assicuri in borsa la tenuta del Leone.

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