Opinione della Settimana

Avvocati, no alla responsabilità professionale se manca il danno

Sentenza - Giurisprudenza (2) Imc

(di Francesco Machina Grifeo – Quotidiano del Diritto)

Rischia grosso il cliente che dopo aver receduto dal contratto con il proprio legale lo chiami in giudizio per presunte responsabilità professionali senza però fornire la prova di un danno causalmente collegato all’inadempimento del professionista. Lo ha stabilito il Tribunale di Milano, sentenza 15 aprile 2015 n. 4699, rigettando la domanda di una cliente e condannandola a pagare gli arretrati non versati e le spese legali. Il mandato era stato conferito al professionista in una controversia con l’ex convivente more uxorio volta ad ottenere l’affidamento del figlio e l’assegnazione della casa familiare.

La diligenza – La decisione ripercorre i più importanti principi in materia di responsabilità professionale dell’avvocato. In primis, il tribunale ricorda che le obbligazioni dell’avvocato sono, di regola, o bbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non a conseguirlo. Pertanto, ai fini del giudizio di responsabilità, rileva non già il conseguimento o meno del risultato utile per il cliente, ma le modalità concrete con le quali il professionista ha svolto la propria attività, avuto riguardo, da un lato, al dovere primario di tutelare le ragioni del cliente e, dall’altro, al rispetto del parametro di diligenza a cui è tenuto (Cassazione n. 18612/2013). In particolare, il parametro della diligenza fissato dall’articolo 1176 comma 2 del codice civile è quello del professionista di media attenzione e preparazione, qualificato dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di prestazione dovuta, salva l’applicazione dell’articolo 2236 del Cc (responsabilità solo per dolo o colpa grave) nel caso di prestazioni implicanti la risoluzione di problematiche tecniche di particolare difficoltà.

La componente fiduciaria – Sul punto, la Suprema Corte ha precisato che: «la responsabilità professionale dell’avvocato deriva dall’obbligo di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente; a rappresentare tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di chiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole» (Cass. 24544/2009). Il contratto, infatti, è caratterizzato da una forte componente fiduciaria, con la necessaria conseguenza che l’assistito rimette al suo difensore le scelte che quest’ultimo è tenuto ad espletare, con gli strumenti e le strategie difensive che ritiene più opportuni, purché siano volte a tutelare le ragioni della parte.

Dolo o colpa grave – E ancora: «l’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del cliente in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui per negligenza o imperizia compromette il buon esito del giudizio, mentre nei casi di interpretazioni di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave» (n. 16846/2005).

Onere probatorio – Quanto al riparto dell’onere probatorio, il cliente che sostiene di aver subito un danno per l’inesatto adempimento del mandato professionale del suo avvocato, ha l’onere di provare l’avvenuto conferimento del mandato difensivo, di dedurre la difettosa o inadeguata prestazione professionale, di provare l’esistenza del danno e il nesso di causalità tra la difettosa o inadeguata prestazione professionale e il danno (n. 9238/2007).

La prova del danno – Entrando nel merito della controversia, il cliente aveva contestato, tra l’altro, la mancata proposizione del reclamo avverso la decisione del tribunale dei minorenni che nell’assegnarle la casa familiare aveva escluso il pian terreno. Secondo la sentenza per determinare la responsabilità professionale «non è sufficiente la prova della condotta inadempiente della professionista» ma è necessario anche dimostrare il danno e il nesso di causalità con la condotta inadempiente, cosa non avvenuta. Del resto, la cliente con l’assistenza di un altro difensore, ha poi proposto reclamo incidentale contro il provvedimento, comunque impugnato dall’ex, ottenendone la riforma in senso favorevole. Pertanto, «nessun pregiudizio le è derivato dal mancato proponimento del reclamo principale».

L’autonomia del professionista – Ad ogni modo, prosegue la sentenza, nella scelta di proporre o meno una impugnazione, il professionista è anche tenuto a valutarne l’opportunità in relazione all’intero contenuto del giudizio. E nel caso di specie la donna era risultata pressoché totalmente vittoriosa nel procedimento di primo grado (se si esclude la mancata assegnazione del locale al piano terreno dell’abitazione) e la proposizione del reclamo principale avrebbe ragionevolmente provocato l’impugnazione incidentale (tant’è che poi come detto il reclamo è stato proposto dall’ex).

Il recesso – Accolta invece la domanda riconvenzionale del legale in quanto il cliente è sempre tenuto al pagamento dei compensi dovuti per l’opera svolta dal prestatore sino alla data del recesso, producendo esso effetti ex nunc. Mentre non è obbligato al pagamento dei compensi per l’attività non ancora espletata. E, contrariamente a quanto ritenuto dall’attrice, il cliente non può invocare nessun diritto alla restituzione di quanto pagato in esecuzione del contratto. In definitiva, respinte le richieste di 50mila euro per responsabilità professionale e di 5.600 euro per le parcelle già pagate, la donna è stata condannata a 2.100 euro per le prestazioni non saldate e 13mila euro per le spese di lite sostenute dal professionista e dalla sua assicurazione.

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