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FERMA Forum 2015: Risk management e resilienza, un binomio perfetto

Collaborazione (5) Imc

ANRA, nell’ambito dei lavori del Forum 2015, analizza nella sessione dedicata ai risk manager associati il tema della resilienza applicato al Sistema MOSE, “un progetto paradigmatico e di assoluta eccellenza in cui la gestione del rischio è il fattore determinante e critico di successo”. Si indagheranno per le opere nazionali strategiche gli impatti sul PIL dell’aumento della resilienza nel sistema Paese, individuando poi, più concretamente in un decalogo le migliori pratiche di prevenzione per garantire la business continuity delle imprese in caso di fenomeni naturali rovinosi 

È il Sistema MOSE uno dei protagonisti delle sessioni organizzate da ANRA (Associazione nazionale dei risk manager e responsabili assicurazioni aziendali) entro il Ferma Forum 2015, l’evento più importante a livello internazionale per i gestori dei rischi, che ha aperto nella giornata di oggi i suoi lavori chiamando a raccolta in laguna i risk manager provenienti da tutta Europa. Nell’intervento di apertura a cura di Giovanni Cecconi, Direttore del Centro Informativo presso il Consorzio Venezia Nuova, si è dibattuto del Sistema MOSE: tecnologia, innovazione 
e sviluppo per la difesa ambientale e costiera. Aumentare la resilienza e governare gli effetti da cambiamenti climatici ed innalzamento del livello medio del mare a livello planetario.

“Abbiamo deciso di aprire i lavori del Convegno Annuale di ANRA, che eccezionalmente è ospitato nell’alveo del Ferma Forum 2015, con una presentazione sul Sistema MOSE di grande valore, anche e soprattutto dal punto di vista delle pratiche di risk managament che sono connaturate al progetto – commenta Alessandro De Felice, Presidente di ANRA –. Il Sistema MOSE non solo è un’opera di mitigazione dei rischi relativi al mutamento climatico e innalzamento del livello medio del mare, ma è anche una soluzione mai tentata prima, un unicum a livello mondiale al punto da essere oggetto di studio oltre i nostri confini e la cui portata sta facendo “scuola” nel mondo. E soprattutto è la resilienza il filo conduttore degli interventi, perchè diventa un perfetto paradigma della nostra professione, quotidianamente chiamata a gestire i rischi per salvaguardare la propria impresa e aiutarla a fronteggiare mercati complessi e critici. Fra le nostre sfide vi è, infatti, proprio la tensione nel cercare di recuperare lo status quo precedente all’evento emergenziale, adattandosi alla nuova condizione e trovando eventualmente modalità alternative di comportamento, di operatività e di funzionamento del business. Sono personalmente grato ai relatori che si avvicenderanno nella giornata, perché ci consentono di aprire un dibattito estremante attuale sulla valutazione dei rischi, analizzando le criticità nelle opere nazionali strategiche e gli impatti sul PIL dell’aumento della resilienza nel sistema Paese”.

Il Progetto MOSE – si legge in una nota – “diventa un’opera all’avanguardia e paradigmatica del concetto di reslienza e antifragilità applicata alla difesa di un territorio e, proprio per questa ragione, il sistema ideato è oggetto di grande interesse e studio in tutto il mondo. Si tratta di un consolidamento della resilienza di fronte agli eventi di cambiamento climatico e innalzamento del livello medio del mare, fenomeni che danno origine a una serie di rischi di natura sociale, politica ed economica”.

In termini più generali, scrive l’associazione, è infatti proprio il cambiamento climatico “una delle minacce più stringenti per i gestori dei rischi di tutto il mondo, che devono sia mitigare gli impatti immediati provocati ad esempio dalle alluvioni sui siti produttivi delle loro imprese, sia fare i conti con le ondate migratorie che nel medio e lungo termine si verificheranno per le nuove condizioni geopolitiche e le mutate condizioni ambientali in molte aree disagiate del globo”.

“Le conoscenze attorno al Sistema Mose – sottolinea Cecconi – dimostrano come sia necessario accettare la sfida della complessità con una visione sistemica, è questo l’unico modo per praticare l’ottimismo e per generare capacità adattative, voglia di cambiamento e fiducia per dare voce alle aspirazioni degli abitanti, reali e virtuali, affinché le sovraffollate mega city del globo diventino maggiormente inclusive  Il laboratorio Venezia ci dice che i sistemi complessi sono soggetti  a continue trasformazioni dettate  dalla co-evoluzione: che nelle città costiere si manifesta come un equilibrio dinamico di competizione-collaborazione fra le diverse culture per accedere ai servizi eco-sistemici del territorio. Il  Laboratorio Venezia del Learning with nature per sviluppare strumenti di adattamento al cambiamento, a partire da quello climatico, costituitosi attorno alle esperienze per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, già nel maggio del 2015 ha avuto un importante riconoscimento ricevendo il primo premio nel concorso di idee per la salvezza della Baia di Boston al 2070. Questi risultati ci devono incoraggiare affinché Venezia con il suo territorio diventi il Laboratorio Nazionale della Resilienza, EXPO permanente, catalizzatore capace di rivitalizzare la città storica con i suoi abitanti assieme al sistema paese” .

A parte il caso emblematico della laguna intorno a Venezia, che ha richiesto una soluzione eccezionale e ideata ad hoc col Sistema MOSE, l’intero territorio italiano – prosegue la nota – è soggetto a continui fenomeni naturali rovinosi e ciclici. Per avere un quadro dei rischi che si corrono in Italia, basterebbe anche solo leggere il catalogo storico degli eventi geo-idrologici di oltre un millennio, realizzato da Dipartimento della protezione civile e dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr. Le informazioni riguardano 1.676 frane avvenute fra l’843 e il 2012, che hanno causato oltre 17.500 tra morti, feriti e dispersi in almeno 1.450 località, e 1.346 inondazioni verificatesi fra il 589 e il 2012, con più di 42.000 vittime e 1.040 località. Fra il 1960 e il 2012, periodo per il quale il catalogo è sostanzialmente completo, tutte le 20 regioni italiane hanno subito eventi fatali: 541 inondazioni in 451 località di 388 Comuni che hanno causato 1.760 vittime (762 morti, 67 dispersi, 931 feriti), e 812 frane in 747 località di 536 Comuni con 5.368 vittime (3.413 morti compresi i 1.917 dell’evento del Vajont del 1963, 14 dispersi, 1.941 feriti). Numeri tragici a cui si  aggiungono problematiche anche per le imprese che devono poter operare in siti produttivi sottoposti a stati di emergenza.

“Se passiamo infatti ad analizzare il fenomeno del dissesto idrogeologico, che in alcuni periodi ciclici tocca il nostro Paese, da un punto di vista della gestione del rischio in ambito aziendale, per prevenire e mitigare le conseguenze, ad esempio, di un’alluvione su un sito produttivo, le principali linee guida da adottare possono essere riassunte in un decalogo – continua De Felice –. Ovviamente, la migliore prevenzione si ottiene durante la fase di ubicazione del sito produttivo, che dovrebbe tenere conto del rischio inondazione, ma ci possono essere delle regole che è utile ricordare, atte a prevenire danni ai beni e garantire la ripresa dell’attività nel minor tempo possibile, specie se il sito deve essere a diretto contatto con l’acqua marina o fluviale”.

Secondo ANRA, per garantire la business continuity è opportuno considerare in particolare queste dieci regole di base:

  1. Identificare le potenziali cause di inondazione (non solo ad es. fiumi e canali adiacenti, ma anche forti piogge);
  2. Valutarne l’impatto in termini di livello previsto e relativa probabilità, mediante eventuali mappe di inondazione o serie storiche. Normalmente si prendono in considerazione eventi con probabilità di accadimento in base alle serie storiche conosciute dei 250 o 500 anni;
  3. Identificare le aree dello stabilimento che saranno maggiormente inondate;
  4. Monitorare il livello di piena dei corsi d’acqua adiacenti e prestare attenzione agli allarmi meteo;
  5. Installare barriere permanenti o temporanee per evitare l’ingresso di acqua all’interno degli edifici o in aree sotterranee;
  6. Manutenere i sistemi di fognatura e raccolta acque meteoriche al fine di evitare ostruzioni e garantire il deflusso anche con l’installazione di valvole di non ritorno e pompe di drenaggio da testare continuamente con nuove modalità motivazionali;
  7. Installare protezioni permanenti sulle forniture critiche (gas, energia elettrica, vapore, acqua, ecc.) e sui materiali potenzialmente pericolosi e/o inquinanti;
  8. Trasferimento dei macchinari e prodotti in magazzino ad alto valore e/o critici (o almeno elevarli al di sopra del livello di inondazione storico);
  9. Redigere ed includere nel piano di emergenza del sito, le azioni necessarie da intraprendere durante l’inondazione (installare barriere temporanee, chiudere le utenze critiche, ricollocare materiali critici, ecc.);
  10. Pianificare un piano di recupero post alluvione, includendo società specializzate nel rispristino edifici, macchinari e materiali e valutare le possibilità di ricollocazione delle infrastrutture su piattaforme galleggiati per sviluppare nuove prospettive di continuità produttiva.

E come ulteriore punto oltre il decalogo -conclude l’associazione –, “gemellare asset esposti a rischi similari organizzando peer reviews interni estendibili ad altre realtà per promuovere e mantenere l’eccellenza come processo di miglioramento continuo dal basso”.

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