
(di Davide Colombo – Il Sole 24 Ore)
Boeri (Inps): no a interventi parziali. Cresce l’ipotesi di un ddl collegato. Donne, l’allarme Istat: Oltre metà delle pensionate è sotto 1.000 euro, contro il 33% degli uomini
Le carriere lavorative brevi e incerte delle donne generano assegni pensionistici più leggeri di quelli degli uomini. E la dura legge del sistema contributivo, ieri confermata con una fittaserie di dati statistici dall’Istat, in occasione di un’audizione in Commissione Lavoro alla Camera sul tema dell’impatto in termini di genere della vigente normativa previdenziale. Oltre la metà delle donne pensionate (4,5 milioni di persone su 8,6 milioni) fa i conti con redditi da pensione inferiori a 1.000 euro contro appena il 33,2% degli uomini. Per contro appena 185mila donne possono contare su oltre 3.000 euro di pensione al mese (il 2,2%) a fronte di 579mila uomini (il 7,6%). Le donne, ricorda l’Istat, hanno carriere discontinue e stipendi in media più bassi di quelli degli uomini e fino a che non saranno superate le diseguaglianze di genere nel mercato del lavoro e nell’organizzazione dei tempi di vita i differenziali nelle pensioni non saranno colmati. In circa il 30% dei casi, inoltre, le donne occupate hanno lasciato il lavoro dopo la nascita del figlio e la percentuale è al 25% anche per le persone nate dopo il 1964.
Ieri le Camere hanno approvato a maggioranza assoluta la relazione del Governo che accompagna la Nota al Def con lo spostamento di un altro anno del pareggio di bilancio. E le risoluzioni di maggioranza impegnano il governo, tra l’altro a introdurre in legge di Stabilità forme di flessibilità in uscita per le pensioni che siano più leggere di quelle già in vigore. Sul dossier a questo punto diventa decisivo il vertice tecnico-politico atteso per lunedì a palazzo Chigi. In campo le ipotesi di una flessibilità generalizzata con penalizzazioni dai 63 anni in poi con 35 di contributi oppure forme ampliate di prestito pensionistico con contributi aziendali ai lavoratori in uscita. Ipotesi quest’ultima che ieri il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha indirettamente criticato («No a interventi parziali ma aspettiamo la Stabilità»). Il prestito aziendale è stato criticato ieri anche da Maurizio Sacconi. Quale che sarà la scelta è molto probabile che la misura finisca in un disegno di legge collegato alla manovra. Lo strumento, previsto dall’art. 4 della legge 92/2012, finora è stato usato da 8.220 lavoratori previsti da accordi aziendali per 5.502 esodi (con Enel che ha fatto da capofila). Gli occupati tra i 58 e i 63 anni, ovvero la platea dei potenziali destinatari delle misure di flessibilità in uscita dal lavoro, sono quasi due milioni, due terzi dei quali uomini, ha spiegato ieri Istat. I disoccupati in questa fascia di età sono 111.000 e sono passati dal 3% del 2008 al 5,3% del 2015.




