Opinione della Settimana

Il giro di vite sulla previdenza d’oro non compensa l’uscita in anticipo dal lavoro

Calcolo - Previdenza Imc

(di Paolo Baroni – La Stampa)

Il piano di Boeri: «Reddito minimo agli over 55 col taglio delle pensioni a 250mila ricchi». Nel mirino gli ex statali, privati e autonomi con redditi 7 volte sopra i minimo Istat

Quanto costa il piano-Boeri? E soprattutto, chi paga? I primi undici articoli del ddl messo a punto dal presidente dell’Inps, tra riordino delle prestazioni legate al reddito e nuovi sostegni a favore degli over 55, producono un risparmio stimato in 408 milioni per il 2016 che tra alti e bassi sale sino a 750 del 2025. Di contro il pacchetto pensioni, in cui sono inserite anche i maggiori costi per la flessibilità in uscita (con penalizzazioni dall’1,5 al 9,4%) e l’unificazione dei trattamenti, nonostante il ricalcolo dei trattamenti più ricchi produce un miliardo e 70 milioni di maggiori costi nel 2016, che poi salgono a 2,6 nel 2017, a 3,65 nel 2018 e a 4,3 nel 2019-2020.

Il saldo finale vale così 662 milioni il prossimo anno 1,65 miliardi nel 2017, 3,2 nel 2018 e 3,8 nel 2019 e nel 2020. «Le misure in campo previdenziale – precisa la nota Inps – hanno una copertura strutturale e portano a ridurre il debito pensionistico di circa il 4%. Tuttavia comportano nei primi anni saldi negativi rispetto alla spesa tendenziale». Cifre importanti, insomma. Tant’è che l’Inps suggerisce di conteggiare i risparmi prodotti dal turn over nella Pa e di introdurre piccoli correttivi tecnici allo scopo di ridurre l’esborso ad appena 150 milioni per il 2016, 1 miliardo per il 20017, 2,5 miliardi per il 2018 e 3 nel 2019-2020.

Proposta Boeri per riforma sistema pensionistico

TAGLI PER 560 MILA  

Una parte consistente, dunque, dovrebbe sempre arrivare dallo Stato, ma una quota comunque importante verrebbe ricavata sforbiciando le pensioni più alte. Riordinare l’assistenza a favore degli over 65, ad esempio, significa intaccare i redditi di circa 560 mila persone, la maggior parte provenienti dal 10% più ricco della popolazione. Tra questi il 50% perderebbe ogni anno al massimo 1.428 euro (il 25% meno di 457 l’anno), mentre i più «sfortunati» dovrebbero rinunciare al massimo a 2.700 euro.

ASSEGNI D’ORO DECURTATI  

La manovra sulle pensioni d’oro, ovvero quelle che superano sette volte il minimo Istat, invece interessa in tutto 326 mila assegni percepiti da 250 mila persone che in media ogni mese ricevono 4.500 euro. Sono per l’80% uomini, localizzati in prevalenza al Nord e nel Centro Italia. Parliamo di 202mila assegni d’importo compreso tra 3.500 e 5.000 euro, di 99.404 assegni che vanno dai 5 ai 7.000 euro e di 24.491 pensioni sopra quota 7mila. Ben 130.509 fanno capo all’ex Inpdap (dipendenti pubblici), 106.818 appartengono al fondo lavoratori dipendenti e 68.921 alle contabilità separate. Il risparmio complessivo, per effetto del ricalcolo attuariale, sarebbe di 2,35 miliardi rispetto al 2015 e corrisponde ad un taglio medio del 12,6%. Dal fondo ex Inpdap arriverebbe oltre un miliardo di euro, 610 milioni dal Fondo lavoratori dipendenti, 633 dalle contabilità separate, 76,9 dagli autonomi ed infine 22 milioni da ferrovie, poste, ecc.

LA SCURE SUI VITALIZI  

Ben altra cura toccherebbe invece ai vitalizi dei politici: in media il taglio sarebbe del 33,9% oscillando dal 2-3% delle fasce di reddito più basse (42-53 mila euro) per arrivare al 50% ed oltre degli assegni che superano la soglia dei 63.700 euro. Anche le pensioni dei sindacalisti con distacco (o aspettativa) dal settore pubblico verrebbero «livellate» allineando le loro regole a quelle di tutti i normali lavoratori.

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