Opinione della Settimana

Voluntary Disclosure: I patrimoni regolarizzati? In purgatorio

Gestione - Patrimoni - Family Office Imc

(di Antonio Criscione – Il Sole 24 Ore)

Lo smobilizzo dei fondi arriverà dopo la liquidazione dell’imposta da parte delle Entrate. Il ruolo dei banker dovrà ora evolvere

Per le somme della voluntary disclosure si apre un periodo di “purgatorio”. La chiusura della regolarizzazione dei capitali all’estero è ormai alle porte e i numeri cominciano a farsi più precisi: circa 80mila istanze arrivate all’Agenzia delle Entrate, 7,4 miliardi di evasione emersa e un gettito di circa 3,2 miliardi (si veda «La voluntary disclosure incassa 3,2 miliardi», di Alessandro Galimberti, Quotidiano del Fisco, 12.11.2015). E questo al 5 novembre.

C’è ancora l’ultimo mese da mettere in conto (si veda il calendario dei prossimi appuntamenti della voluntary) che è poi quello nel quale tradizionalmente il fisco “fa il piatto” e quindi i numeri sono destinati a crescere.

Un rientro dai tempi lunghi

Numeri a parte, il quesito è ora cosa succederà di questi soldi, ovvero se, a parte le somme dovute al fisco che comunque torneranno in Italia, entreranno nel sistema economico. Una prima indicazione che emerge è che ci vorrà del tempo perché entrino in circolo.

Dalla presentazione della domanda all’Agenzia delle Entrate al pieno sblocco dei fondi il passo è lungo, come spiega infatti Fabrizio Vedana, vicedirettore generale di Unione fiduciaria: «I conti dedicati non possono essere movimentati dagli interessati prima del pagamento dell’imposta all’Agenzia delle entrate e quindi bisogna aspettare i tempi di liquidazione da parte di quest’ultima».

Ci sono alcuni casi “ammessi” di prelievo, come spiega ancora Vedana: «Le indicazioni anche dell’Abi sono che sono consentiti il pagamento di oneri bancari, il pagamento della voluntary, il pagamento delle fatture dei professionisti, e altri pagamenti come quelli relativi a spese personali come le rette scolastiche dei figli, le spese di sistemazione della casa in cui si abita, e così via».

Ma anche se così non fosse, molti, anche per una radicata diffidenza per il sistema finanziario italiano, dove se il diritto è piuttosto incerto, il rovescio è quasi sicuro, preferiscono comunque attendere la liquidazione delle imposte dovute da parte dell’Amministrazione finanziaria.

Ma c’è anche un altro aspetto da considerare.

Leo De Rosa, commercialista, fondatore dello studio De Rosa e associati, spiega: «Che alla regolarizzazione consegua automaticamente il rimpatrio “fisico” non è per nulla scontato».

Infatti dal punto di vista tecnico, gli sconti sulle sanzioni per la regolarizzaione possono essere sfruttati anche con la sola intestazione dei conti esteri ad una fiduciaria di diritto italiano. Si tratta del cosiddetto rimpatrio giuridico, procedura già sperimentata per gli scudi fiscali del passato.

Senza contare che «gli stessi intermediari italiani – spiega De Rosa – hanno manifestato una certa prudenza nei confronti dei trasferimenti di titoli e liquidità dall’estero richiedendo ai professionisti coinvolti non solo le istanze presentate, ma anche le relative relazioni di accompagnamento quando non accurate riconciliazioni tra il patrimonio oggetto di regolarizzazione al 31 dicembre 2013 e quanto effettivamente rimpatriabile». Cosa significa questo? Che gli effetti tangibili della voluntary saranno ipotizzabili solo a partire dal 2016. E neanche dall’inizio dell’anno.

Il ruolo degli intermediari

Edoardo Guffanti, responsabile della Commissione banche, intermediari ed assicurazioni dell’Ordine dei dottori commercialisti di Milano, riassume così il ruolo degli intermediari: «I private banker in generale sono stati inizialmente spesso i primi consulenti dei soggetti interessati alla regolarizzazione attraverso la voluntary, supportando il cliente nella prima fase volta alla comprensione degli adempimenti da porre in essere e dei vantaggi della voluntary stessa».

Perché le somme regolarizzate rientrino effettivamente in Italia, quindi bisognerà aspettare del tempo, ma aspettare e basta in genere non “paga”. L’attesa per gli intermediari italiani dovrà essere invece attiva.

In questo caso De Rosa, che collabora da vicino con l’Associazione italiana private banker e quindi conosce bene questo mondo, spiega: «Sgombrato il campo dal “doping” del segreto bancario, la competizione sarà finalmente su prodotti e servizi. Certamente la sfida per tutti sarà quella di progettare un’offerta che valorizzi anche le motivazioni extra fiscali che erano alla base della scelta di posizionarsi all’estero ricreando i presupposti per una legittima e funzionale “riservatezza”».

Quali sono le situazioni con cui confrontarsi per garantire questa riservatezza? Controversie matrimoniali, dissidi tra soci, cause ereditarie sono solo alcuni esempi di esigenze citati dal professionista milanese, che nulla hanno a che vedere con il risparmio di imposta, «ma che orienteranno sicuramente la scelta dell’intermediario da parte del cliente alla ricerca di soluzioni “domestiche”».

La fine dei paradisi fiscali?

Vedana sottolinea che sono pochi gli italiani che hanno preferito inseguire i paradisi fiscali nelle mete esotiche dove ormai questi si trovano, con – in qualche caso – tutti i rischi di sicurezza che le mete esotiche rappresentano. Anche se molti per ora hanno preferito utilizzare l’intestazione fiduciaria e lasciare appunto le disponibilità in via di regolarizzazione comunque all’estero. La fuga dai paradisi vicini non mette automaticamente in salvo.

Il fisco italiano ha infatti più volte affermato di volere chiedere informazioni sui fuggitivi dell’ultima ora, ovvero coloro che hanno ritirato le somme dai forzieri (prevalentemente svizzeri) senza però poi regolarizzare nulla. «Al di là del rischio di autoriciclaggio che, di fatto, si aggiunge all’evasione fiscale per il contribuente non ancora in regola – afferma ancora De Rosa – il contesto internazionale non sembra lasciare margini di ulteriore manovra».

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