Opinione della Settimana

Cosa insegna l’addio di Greco a Generali

Generali - Leone alato Imc

(di Mario Platero – Plus24)

L’altro giorno parlando con un investitore americano del caso GrecoGenerali gli ho chiesto degli aspetti culturali che possono aver influito sulla decisione di Greco di andare a Zurich. L’investitore mi disse «guardi, all’aspetto culturale ci rinuncio». Eppure secondo me é uno dei più importanti. Mi sono convinto che il nostro Paese per cose dette e non dette, per un certo modo di intendere gli affari e i rapporti, per il modo in cui le aziende sono pubbliche ma poi sono controllate da un sindacato o da un azionista molto forte, è più simile alla Francia o alla Spagna che al mondo anglosassone. La questione in molti casi ha più a che fare con il gioco del “potere” che con quello del danaro. Veniamo a Generali. Ho sentito dire che Greco era seccato da certe pressioni dirette o indirette che percepiva da parte di certi soci, parti correlate perché partecipasse a certe operazioni.

Possiamo immaginare che Mediobanca abbia chiesto alle Generali di sottoscrivere una quota di una sua emissione obbligazionaria? Forse sì. Possibile che un socio si sia interessato di qualche immobile della Generali o che Pelliccioli abbia chiesto un favore? Di nuovo possibile. Nell’economia degli affari di Generali stiamo comunque parlando di cose irrilevanti: cosa può essere l’interesse per un palazzo quando il patrimonio immobiliare è superiore ai 500 miliardi.

Ma il punto in questo caso — mi riferisco a tutto il sistema — non è nella dimensione degli affari o nella mala fede (anche se sono sicuro che qualcuno ci speculerà sopra), ma nella differenza di cultura, magari negli atteggiamenti: quello che per noi è normale e, attenzione, legale, perché oggi le parti correlate devono rendere tutto trasparente, per altri abituati in altro modo lo è meno. Magari si sentono pressioni. Dunque quando vendiamo il rischio Italia all’estero dobbiamo mettere nel conto anche questo: perché qui non si tratta solo di tenere manager di qualità in Italia, come scriveva il Financial Times — un manager alla fine si cambia — ma di diventare un polo di attrazione “culturalmente” sano per coloro che ci interessano davvero e cioé chi può portare miliari di dollari e dunque lavoro e sviluppo nel nostro Paese.

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