Opinione della Settimana

Previdenza complementare, come scegliere la «pensione di scorta»

Salvadanaio - Risparmio - Previdenza Imc

(di Gabriele Petrucciani – Il Sole 24 Ore)

Le differenze per costi e rendimenti attesi tra i fondi negoziali e i piani individuali («Pip»)

IL QUESITO: Ho iniziato a lavorare da poco nel marketing di un’azienda del settore terziario e devo decidere se aderire o meno al fondo di previdenza complementare. Onestamente non so che fare, anche perché non ho alcuna conoscenza in materia. È davvero conveniente? Una collega mi ha detto che lei ha aderito al fondo di categoria, ma che volendo potrei anche scegliere altre forme di previdenza complementare. Quali sono queste altre forme e che differenza c’è?

La previdenza complementare è una forma di contribuzione volontaria finalizzata, attraverso l’adesione a un fondo pensione, a colmare il gap tra l’ultimo stipendio e l’assegno pensionistico. Con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, il tasso di sostituzione, ovvero il rapporto percentuale tra la prima annualità della pensione e l’ultimo reddito percepito si è notevolmente ridotto. E continuerà a ridursi negli anni a venire. Il rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico della Ragioneria Generale dello Stato ha evidenziato nel periodo 2010/2060 una riduzione progressiva della pensione media del 12% circa. Per fare un esempio pratico, a parità di contributi versati, un lavoratore dipendente del settore privato che nel 2010 ha percepito una pensione pari al 74,1% dell’ultima retribuzione, nel 2060 percepirà il 63,4 per cento. Nel caso di un lavoratore autonomo, invece, si passerà da un tasso di sostituzione del 73% a uno del 51,1 per cento. È per questo motivo che alla previdenza obbligatoria, il primo pilastro, si è affiancata la previdenza complementare, il secondo pilastro. Soprattutto quando si inizia a lavorare in età giovane è consigliabile aderire da subito a un fondo pensione per accumulare un maggior numero di contributi e assicurarsi un assegno pensionistico quanto più vicino possibile all’ultima retribuzione.

L’importanza del contributo del datore di lavoro

Sono tre le forme principali per aderire alla previdenza complementare: il fondo di categoria, anche detto fondo chiuso o negoziale, il fondo pensione aperto e il Pip (piano individuale pensionistico). «Tra queste i fondi negoziali sono i più efficienti – commenta Raffaele Zenti, fondatore e responsabile del team di consulenza di Advice Only. In primis per la maggiore economicità». Su un orizzonte di 5 anni i fondi negoziali hanno un indicatore sintetico di costo (l’Isc è paragonabile al Ter, ovvero al costo complessivo, dei fondi comuni) dello 0,5% l’anno, contro l’1,4% dei fondi aperti e il 2,3% dei Pip (su 10 anni l’Isc si attesta rispettivamente allo 0,3%, 1,2% e 1,9%). «Ma i fondi negoziali hanno anche un altro vantaggio: il contributo del datore di lavoro – fa notare Zenti –. Diritto che si acquisisce anche se ci si iscrive a un fondo aperto ad adesione collettiva (un fondo aperto che ha raggiunto un accordo con l’azienda, ndr)». Nel caso del fondo pensione negoziale FonTe (è la forma di previdenza complementare dedicata ai dipendenti delle aziende del terziario, commercio, turismo e servizi), il contributo del datore di lavoro per i dipendenti del terziario, distribuzione e servizi oscilla tra l’1,05% e l’1,55% per gli occupati dopo il 28 aprile 1993 e all’1,55% per gli occupati prima del 28 aprile 1993. Per avere diritto al contributo del datore di lavoro, però, oltre al Tfr è necessario versare al fondo pensione anche un contributo volontario (il minimo previsto per i dipendenti del terziario, distribuzione e servizi è dello 0,55 per cento). «Maggiori contributi che aiutano a far crescere il montante – sottolinea Zenti –. Il nervo scoperto è che non tutti i lavoratori, in particolare quelli autonomi, hanno un fondo di categoria. Per loro l’unica strada percorribile è quella dei fondi aperti o dei Pip».

Come orientarsi tra fondi aperti e Pip

Uno dei primi elementi da prendere in considerazione nella scelta di un fondo pensione aperto o di un Pip è sicuramente il costo. «L’Isc di queste forme previdenziali è più alto rispetto ai fondi negoziali – spiega Giuseppe Romano, responsabile ufficio studi di Consultique. La ragione è da ricercare nella catena che unisce il produttore e il consumatore». Nel caso dei fondi negoziali la “vendita” è diretta. I fondi aperti e i Pip, invece, si appoggiano a una rete di vendita, che va remunerata. «Se si spulcia con attenzione il prospetto, però, anche tra fondi aperti e Pip è possibile trovare strumenti a costi contenuti e con buoni rendimenti – aggiunge Romano –. In particolare, nella lettura del prospetto bisogna prestare molta attenzione non solo ai costi di gestione, ma anche a eventuali caricamenti e costi di ingresso». Sul sito della Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione, è possibile visionare l’Isc delle varie forme pensionistiche. È un primo step per scremare la lista dei potenziali fondi a cui aderire. Poi occorre visionare attentamente i prospetti e scegliere sulla base dei vari costi e dei rendimenti ottenuti. Il tutto rapportato al proprio profilo di rischio.

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