Opinione della Settimana

Previdenza complementare: Confronto tra prodotti, risparmio gestito o finalità previdenziali

Assicurazioni - Risparmio - Investimenti - Previdenza Imc

(di Gaia Giorgio Fedi – Il Sole 24 Ore)

Quali sono gli strumenti adatti

Per incentivare l’adesione a fondi pensione e Pip, la riforma della previdenza complementare ha disegnato una disciplina che prevede diversi benefici a vantaggio di chi li sottoscrive. «I vantaggi dei prodotti di previdenza complementare sono soprattutto di natura fiscale: lo Stato riconosce a questi prodotti una tassazione agevolata rispetto ad altre forme di risparmio», osserva Simone Bini Smaghi, consigliere di Aiaf (Associazione Italiana degli Analisti e Consulenti Finanziari, ndIMC). Innanzitutto, argomenta l’esperto, «si possono detrarre dal proprio reddito i contributi versati, entro il limite di 5.164,57 euro l’anno. L’ideale sarebbe cercare di sfruttare al massimo questa agevolazione, che purtroppo è ancora poco utilizzata: ricordiamo che per costruire un assegno integrativo soddisfacente è necessario versare risorse abbastanza consistenti, almeno il 10% della propria retribuzione annua». Da Covip illustrano questi benefici con un esempio: se due soggetti hanno entrambi un reddito annuo lordo di 30.000 euro, ma uno è iscritto a una forma pensionistica complementare un contributo quest’ultimo beneficerà in un anno «di una riduzione del carico fiscale di 456 euro» rispetto all’altro.

Anche sui rendimenti la tassazione è agevolata: «Sebbene il governo lo scorso anno abbia innalzato l’aliquota dall’11,5% al 20%, con una scelta forse discutibile alla luce dell’adesione ancora limitata a forme di previdenza complementare, il regime fiscale resta comunque più conveniente rispetto ad altre forme di risparmio, come i fondi comuni di investimento», continua Bini Smaghi. Inoltre, la tassazione dei redditi di alcuni titoli detenuti dalle forme pensionistiche complementari, per esempio i titoli di Stato, è comunque fissata al 12,5%. Se si desidera mettere da parte un gruzzolo per la vecchiaia, di fronte alla scelta tra un programma di previdenza integrativa e il ricorso ad altri strumenti di risparmio – per esempio l’investimento in fondi comuni di investimento – occorre tenere presente anche i vantaggi sul piano della tassazione. In ogni caso, secondo Bini Smaghi «la convenienza sul piano fiscale non esaurisce i vantaggi di fondi pensione e Pip rispetto ai fondi comuni, che restano una forma di risparmio generico, mentre quello che confluisce nella previdenza integrativa è un risparmio finalizzato all’importante obiettivo di costituire il capitale necessario a erogare una rendita per integrare l’assegno Inps quando arriverà il momento della pensione». Al di là delle valutazioni di convenienza, infatti l’adesione ai fondi pensione «è una necessità per tutti i lavoratori, visto che chi in questo momento ha meno di 50 anni riceverà in futuro assegni ridotti del 30-35% rispetto a chi va in pensione oggi», aggiunge Bini Smaghi. Chi non ha attivato per tempo un programma di previdenza integrativa, insomma, rischia di avere dei problemi al momento in cui va in pensione.

Sul piano dei limiti, rispetto ai fondi comuni e ad altre forme di risparmio certamente questi prodotti hanno dei vincoli sulle somme investite, che possono essere svincolate solo in casi specifici quali l’acquisto della prima casa, le spese mediche e l’inoccupazione. «Ma da un certo punto di vista questa caratteristica può essere considerata un vantaggio, perché impone al risparmiatore di non toccare il capitale che servirà a integrare l’assegno pensionistico», aggiunge Bini Smaghi.

A livello di costi, occorre fare una precisazione. «I prodotti di previdenza complementare hanno sia costi che incidono sul Nav e che corrispondono quindi al Ter dei fondi comuni, sia costi di ingresso e caricamenti che impattano sui premi. Quindi, nel paragone tra costi di singoli prodotti e rispetto ai fondi comuni occorre sempre tenere presente l’indice sintetico di costo (Isc)», spiegano da Consultique. In linea di massima, comunque, «i fondi negoziali o chiusi hanno solitamente una struttura di costi più bassa rispetto ai fondi comuni, perché non prevedono il costo delle retrocessioni ai collocatori, che nelle Sicav rappresentano il 60-65% delle commissioni di gestione. I fondi pensione aperti hanno costi normalmente analoghi a quelli dei fondi comuni, mentre i Pip sono in generale i prodotti più costosi», aggiungono da Consultique.

Più complicato fare una comparazione sul livello di rendimento, che dipende dalla linea di investimento prescelta: quelle più aggressive danno risultati migliori. Allora, cosa scegliere? «In linea di massima – interviene Bini Smaghi – se si ha di fronte a sé un orizzonte temporale lungo si possono scegliere linee più aggressive, perché la volatilità aiuta a ottenere buoni rendimenti nel tempo; viceversa, se si ha di fronte a sé un orizzonte limitato, meno di sette anni, occorre scegliere una linea molto prudente».

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