Opinione della Settimana

Febaf presenta 46 rilievi sulla Capital market Union

Luigi Abete HP Imc

(di Rossella Bocciarelli – Il Sole 24 Ore)

Una risposta circostanziata e precisa alle domande del questionario formulato dal Commissario europeo per il mercato interno Jonathan Hill, nella sua consultazione rivolta al mercato sul tema della Capital market Union. È quella inoltrata a Bruxelles dalla Febaf, l’organismo che riunisce banche e assicurazioni italiane e diretto da Luigi Abete (nella foto), in questo caso affiancato da ben 8 associazioni del mondo finanziario italiano (Abi, Ania, Assogestioni, Aifi, Assofiduciaria, Assoimmobiliare, Assoprevidenza e Assosim).

Il lavoro di squadra è stato coordinato dal professor Rainer Masera e si è tradotto in un documento fitto di suggerimenti per modifiche della regolamentazione europea per meglio assicurare quello che è l’esplicito obiettivo che la Commissione si è data: raggiungere entro il 2018 un vero e proprio Mercato unico dei capitali. Il documento Febaf afferma che occorrerebbe andare oltre il mero approccio microprudenziale e cercare di calibrare gli standard delle regole europee in base a un’analisi che tenga conto delle probabilità e dei possibili costi implicati da un’ipotetica crisi sistemica. Sotto questo profilo, si osserva, vi sono alcune preoccupazioni generali, come quella relativa al sistema sempre più complesso degli standard di Basilea (la rapidità di cambiamento degli standard comporta costi di compliance crescenti in particular modo per le piccole banche).

Ma, nel complesso, le segnalazioni alla Commissione di cose che non vanno nella regulation da parte italiana sono ben 46. Vediamone alcune. Per la disciplina dei requisiti di capitale delle banche: si segnala come i cambiamenti alla CRD IV/CRR (direttiva europea e regolamento conseguenti a Basilea III, ndIMC) dovrebbero avere l’obiettivo di migliorare la capacità delle banche europee di finanziare l’economiarealecomplessiva e non solo le infrastrutture. Inoltre, si suggerisce che la Commissione eviti di rivedere le norme relative all’esenzione dal CVA (Credit Valuation Adjustment) per i derivati OTC con controparti non finanziarie e di ritoccare lo SME supporting factor. In particolare per quest’ultimo, considerato che è stato fondamentale per incentivare il credito alle Pmi, dovrebbero essere ampliate le condizioni per il suo utilizzo.

Nel settore assicurativo si segnala l’eccessiva volatilità nel calcolo di Solvency II che, combinata con uno sproporzionato requisito di capitale, disincentiva gli investimenti di lungo periodo degli assicuratori. Nei regimi di remunerazione per società di asset management e banche, inoltre, si afferma che i recenti sviluppi nei regimi hanno mostrato una tendenza sostanziale verso l’omologazione, senza garantire adeguato riconoscimento alle diversità delle attività svolte da tali soggetti. Si sottolinea poi l’importanza del principio di proporzionalità: servirebbe una declinazione più puntuale del principio e soluzioni per un’applicazione graduata di alcuni adempimenti.

Infine, tra le “regole che danno luogo a possibili conseguenze indesiderate” è stato evidenziato il rischio che i recenti interventi normativi possano determinare lo spostamento di capitale e del rischio di credito dai soggetti bancari regolamentati ad altri intermediari finanziari non bancari.

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