Opinione della Settimana

Nuovo corso in Italia per T. Rowe Price

T. Rowe Price Imc

(di PierEmilio Gadda – Milano Finanza)

A un anno dall’approdo sul mercato italiano, T. Rowe Price, asset manager americano da 763 miliardi di dollari di masse gestite, è pronta alla fase tre del piano di sviluppo nella Penisola. «Vogliamo crescere nel segmento retail», ha annunciato Donato Savatteri, responsabile per l’Italia di T. Rowe Price. Partita con un focus sugli investitori istituzionali e professionali, la branch italiana di T. Rowe Price ha poi iniziato a perlustrare il canale delle polizze unit linked, stringendo accordi commerciali con Old Mutual Wealth Italy, Fideuram e Credemvita (Credito Emiliano). La partnership con FinecoBank, annunciata lo scorso 18 gennaio e relativa al collocamento della sicav T. Rowe Price Funds rappresenta solo la prima tappa del nuovo corso. La sicav abbraccia numerosi comparti, spaziando dai mercati azionari a quelli obbligazionari, tra classi di attivo, settori e stili differenti. «Il 79% delle nostre strategie supera le rispettive medie Morningstar a cinque anni», rivendica Savatteri. Convinto che, in uno scenario di tassi ai minimi destinato a protrarsi a lungo, almeno in Europa e a fronte di un’elevata volatilità nelle borse, l’obbligazionario globale uncontrained e l’high yield europeo siano attraenti.

«L’Italia è uno dei mercati più aperti e accessibili al mondo, sicuramente in Europa», dichiara Robert Higginbotham, head of Global Investment Services, intervenendo a margine della conferenza stampa organizzata a Milano per presentare i piani di crescita, «il vostro Paese vanta una ricchezza finanziaria pari a quasi 4 mila miliardi di euro: c’è un grande stock di risparmio privato ma almeno la metà di questo è detenuta in cash o comunque non viene gestita in modo professionale attraverso strumenti del risparmio gestito. C’è un enorme spazio di crescita». Una delle opportunità più interessanti è legata al tema della pianificazione finanziaria per la fase pensionistica, che va allungandosi a causa della speranza di vita che si sta spostando più avanti di età. «L’invecchiamento della popolazione globale è un trend noto. La necessità per gli individui di risparmiare e gestire i risparmi pensionistici, piuttosto che affidarsi al supporto pubblico, deve però ancora essere riconosciuta e assimilata», osserva Higginbotham. Il supporto pubblico, del resto, è destinato a ridursi in molti Paesi. Ogni individuo dovrà assumersi la responsabilità di accantonare individualmente le risorse necessarie per far fronte ai bisogni futuri. La situazione è critica per le nuove generazioni, anche in Italia. Come ha ricordato di recente il presidente dell’Inps, Tito Boeri, i nati nel 1980 rischiano di dover lavorare fino a 75 anni per raggiungere i contributi minimi necessari a ottenere la pensione pubblica.

Non solo. Per i dipendenti, l’assegno dell’Inps sarà in media pari al 62% dell’ultimo stipendio, inferiore del 25% rispetto a quella dei propri genitori, nati nel 1945. L’allarme del presidente dell’istituto di previdenza è ancor più grave se si pensa che, stando all’ultima relazione Covip, solo il 16% dei lavoratori con meno di 35 anni è iscritto a un fondo pensione. «Questa situazione», conclude Higginbotham, «avrà un impatto enorme sul risparmio gestito: il numero di persone alla ricerca di un reddito addizionale da costruire per la fase pensionistica crescerà in modo esponenziale. La nostra industria deve considerare l’impatto sociale ed economico di questa tematica e deve trovare soluzioni percorribili».

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