Opinione della Settimana

Pensioni integrative, rischio fuga all’estero con la rivoluzione Ue

Unione Europea (3) Imc

(di Gian Maria De Francesco – Il Giornale)

L’ipotesi in aula a Strasburgo: i contributi dei fondi complementari si potranno trasferire dove ci sono meno tasse. L’Italia potrebbe perdere 138 miliardi

L’Italia si sta impantanando in questioni surreali come il taglio delle pensioni di reversibilità, l’Europa, invece, è un passo più avanti e sta pensando a un quadro normativo che potrebbe rivoluzionare il settore della previdenza complementare.

Si tratta della direttiva Iorp 2, riguardante l’attività transfrontaliera dei fondi pensione e delle assicurazioni previdenziali nonché la portabilità degli stessi. Ormai il testo è arrivato all’Europarlamento e, dopo le modifiche del caso, diventerà legge da attuare in tutti gli Stati membri. La norma nasce da un’estensione della libera circolazione dei cittadini, oggi messa un po’ a repentaglio dalle sospensioni del Trattato di Schengen causa emergenza migranti.

Ma che cosa cambierà per tutti noi? Se, ad esempio, un cittadino italiano trova lavoro in Gran Bretagna, è giusto che possa scegliere di ricostituire in quel Paese il montante della previdenza integrativa (i contributi obbligatori a Inps o ad altre casse, invece, non si toccano) ove trovasse condizioni e rendimenti migliori. Ovviamente, per garantire questa portabilità della previdenza integrativa a livello comunitario si è pensato di costituire una sorta di quadro regolamentare per consentire direttamente l’operatività degli organismi di investimento nei singoli Paesi, consentendo ai cittadini di poter optare. La strada che resta da fare non è breve, tuttavia si può già disegnare uno scenario futuribile che interesserà, soprattutto, le giovani generazioni.

Immaginiamo, infatti, cosa accadrebbe se fosse in vigore una sorta di portabilità europea. Non è difficile immaginare che molti sarebbero tentati dall’optare per istituzioni residenti in Germania, Francia e Benelux dove non vi è tassazione dei rendimenti che, invece, il governo Renzi con la Stabilità 2015 ha aumentato dal 20 al 26 per cento. Un prodotto paneuropeo, inoltre, avrebbe minori commissioni di gestione perché venduto su un mercato più ampio. Ultimo ma non meno importante, si costituirebbe un sistema previdenziale molto liberale e simile a quello Usa (grosso modo replicato nel Regno Unito), il cosiddetto «401k». I lavoratori statunitensi, infatti, destinano al fondo una quota volontaria cui spesso si somma quella dell’azienda. Possono cambiare fondo e stile di gestione quando vogliono e la tassazione è agevolata. Inoltre possono scegliere di ritirare il capitale in blocco o in forma differita (vitalizia o a tempo determinato) purché abbiano compiuto 59 anni e sei mesi. I riscatti anticipati sono possibili, ma comportano la tassazione ordinaria oltre a una penalizzazione del 10 per cento. Molto meglio delle pensioni Inps.

È bene, però, fotografare la situazione italiana. Nel 2015 gli aderenti alla previdenza integrativa (fondi chiusi di categoria, fondi aperti e assicurazioni) sono stati 7,5 milioni e si sono assicurati un rendimento medio oscillante tra il 2,7 e il 3,7%, molto più dell’1,2% netto garantito dal Tfr lasciato in azienda e rivalutato. Il patrimonio accumulato dalle forme pensionistiche complementari è stato di 138 miliardi di euro. È chiaro che l’Ue andrà con i piedi di piombo sul tema dell’armonizzazione fiscale perché la stabilità finanziaria degli Stati membri è fondamentale. I fondi chiusi, inoltre, sono contrari alla portabilità. Se l’Italia non si dà una mossa, quei 138 miliardi di risorse vitali per l’economia potrebbero perdersi. In parte o totalmente.

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