Opinione della Settimana

Premi di produttività come contributi ai fondi complementari. Una soluzione praticabile

Produttività Imc

(di Sergio Corbello, presidente Assoprevidenza – Milano Finanza)

La positiva notizia dell’imminente uscita dell’atteso decreto del ministero del Lavoro, di concerto con quello dell’Economia recante, nella sostanza, i criteri di attuazione per l’applicazione della tassazione agevolata del 10% sulla retribuzione variabile collegata alla produttività, ex art. 1, commi 182 e seguenti della l. n. 208/2015, offre l’occasione per ricordare come l’ordinamento della previdenza complementare, disciplinato dal decreto legislativo n. 252/2005, contempli da tempo una semplice opportunità: l’utilizzo della contribuzione ai fondi pensione complementari da parte dei datori di lavoro quale componente della compensazione del lavoratore dipendente.

Si tratta, per definizione, di un salario differito, sebbene le diverse tipologie di anticipazione previste dall’ordinamento di settore rendano in qualche misura relativo il differimento stesso.

Due sono le vie praticabili, una di carattere contrattuale, l’altra esclusivamente basata sulla discrezionalità dell’impresa.

La strada contrattuale, al pari dello schema di cui al già richiamato art. 1, commi 182 e seguenti, della legge 208/2015, si realizza attraverso l’applicazione di principi generalissimi, di cui all’art.3 del decreto legislativo n. 252/2005, con la sottoscrizione di intese aziendali, di gruppo o territoriali che fissino determinati traguardi di produttività, a fronte del raggiungimento dei quali ai dipendenti sia riconosciuto un versamento in cifra fissa (ex art. 8, comma 2, del decreto lgs. n. 252/2005) una tantum di contribuzione alla previdenza complementare. Questo schema è attuabile anche in chiave regolamentare, laddove non si voglia o possa praticare la contrattazione collettiva decentrata e, in linea teorica, ma con qualche non secondaria difficoltà applicativa, potrebbe avere altresì per oggetto un apporto contributivo verso forme di sanità integrativa. Più peculiare il percorso discrezionale, che trova fondamento nell’art. 8, comma 10, del decreto lgs. n. 252/2005, là ove è consentito al datore di lavoro di disporre volontariamente una serie di versamenti contributivi a piani di previdenza complementare, in favore di propri dipendenti. E’ appena il caso di sottolineare che questa fattispecie si attaglia a una scelta premiale in senso stretto, del tutto avulsa da qualsivoglia impegno preliminarmente assunto dall’impresa.

Per entrambe le ipotesi considerate il contributo una tantum può confluire al fondo pensione a cui il lavoratore sia iscritto, se l’ordinamento del fondo lo consente, ovvero a una posizione aperta presso un fondo aperto. Il contributo per il lavoratore fa fiscalmente quota esente sino al limite di euro 5.164,57, considerando l’insieme di tutti i contributi annualmente versati per la previdenza complementare; per il datore è sempre deducibile dal reddito d’impresa e sconta l’imponibilità previdenziale del 10% (ex art. 16 del d. lgs. n. 252/2005).

Ovviamente un intervento ex art. 1, commi 182 e seguenti, della legge 208/2015 e uno ex decreto legislativo n. 252/2005 sono giustapponibili e cumulabili, realizzando un mix di salario corrente e differito che potenzialmente può incontrare l’apprezzamento di imprese e lavoratori.

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