Opinione della Settimana

Mazzucchelli (Cattolica): “Aumenti di capitale: no a Veneto Banca, per Vicenza si vedrà”

Giovan Battista Mazzucchelli (2) Imc

(di Paolo Possamai – Repubblica Affari & Finanza)

L’estrema cautela dell’amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni sull’ipotesi che la compagnia partecipi alle due operazioni. I risultati positivi e le svalutazioni delle partecipazioni bancarie

«Ci voleva una azienda solida e ben patrimonializzata come Cattolica per sopportare la botta delle pesanti svalutazioni che abbiamo dovuto fare per le nostre partecipazioni bancarie, reggere in termini di redditività e di dividendo, confermare il piano al 2017 e il target di utile netto di 200 milioni». Parte da questo concetto Giovan Battista Mazzucchelli (nella foto), amministratore delegato di Cattolica, per definire il punto nave della compagnia assicurativa fondata a Verona nel 1896. Che, per via di partecipazioni incrociate conseguenze delle partnership distributive, ha incocciato in vicende bancarie assai disgraziate. La festa dei 120 anni è stata offuscata dalle svalutazioni delle quote possedute in Cassa di risparmio di San Miniato (-50 milioni di euro), Banca popolare di Vicenza (-48 milioni), Veneto Banca (-8 milioni). E non sorprende dunque l’estrema cautela di Mazzucchelli riguardo all’ipotesi che Cattolica partecipi agli aumenti di capitale incombenti: «Siamo in attesa di capire cosa succederà a Vicenza, la situazione è tutta da interpretare. Non abbiamo deciso nulla. Su Veneto Banca abbiamo scelto di restare alla finestra». Parole che rivelano la grande incertezza che grava sugli interventi di rafforzamento patrimoniale dei due istituti creditizi ex cooperativi veneti, in procinto di debuttare a Piazza Affari. Mentre per la banca trevigiana, però, la questione sembra chiusa con una svalutazione dei titoli dal prezzo di carico di 37 euro ai 7,3 euro stabilito come valore di recesso, la partita è più complessa e intricata per il rapporto con Popolare Vicenza (titoli svalutati da 60 a 6,3 euro). Per dirla ancora con Mazzucchelli, in quest’ultimo caso, «dobbiamo rispondere a un paio di aspetti, tenendo conto che parliamo di una partnership strategica. Quale evoluzione avrà questo rapporto? E che impatti avrà sul nostro sistema distributivo?».

Difficile dire di più, perché il rapporto con Popolare Vicenza sta in una nebbia fitta. L’accordo Cattolica/Vicenza prevede, infatti, che può essere disdetto dalla compagnia assicurativa qualora la banca cessi la natura cooperativa. Che è fattispecie già avvenuta con la trasformazione in società per azioni della banca presieduta da Stefano Dolcetta. «In effetti nell’accordo c’è una put che rende possibile lo scioglimento dell’accordo in seguito alla trasformazione societaria, ma non abbiamo deciso nulla», commenta Mazzucchelli. Il medesimo patto riserva alla popolare vicentina, che è il primo azionista di Cattolica con il 15,07%, due posti in consiglio di amministrazione (di cui uno da vicepresidente). Ne deriva che – permanendo la nebbia e mancando il tempo per definire traiettorie alternative – alla prossima assemblea di Cattolica, in agenda per il 16 aprile, il board presieduto da Paolo Bedoni presenterà una lista di 18 consiglieri, includendo pure i due di designazione vicentina e i 6 residenti in provincia di Verona come pretende lo statuto. Toccherà all’assemblea ratificare la lista, che confermerà il tandem Bedoni/Mazzucchelli. Oltre alla lista “ufficiale” di spettanza del Cda uscente, lo statuto prevede che ne possano essere presentate altre da soci che rappresentino almeno lo 0,5% del capitale o che siano complessivamente 500.

Chissà se troveranno rappresentanza gli unici azionisti che superano la soglia del 2%, ossia Norges Bank, Palladio Finanziaria, Fondazione Banca del Monte di Lombardia. Ma tale è uno degli effetti della natura cooperativa di Cattolica che, per bocca dell’amministratore delegato, «non appartiene ai temi in discussione. Mai è apparsa sul tavolo l’ipotesi di un cambio di natura giuridica». Come dire che, mentre le maggiori banche popolari sono state costrette dal governo Renzi a mutare natura da coop a spa, la compagnia assicurativa veronese rivendica storia, radici, identità. E risultati. Il capo azienda rimarca gli indicatori del combined ratio (91,5%), del margine di solvibilità (pari a 1,96 volte il minimo regolamentare), dell’aumento del 5,4% del portafoglio totale di polizze auto (180mila contratti aggiuntivi), del. dividendo confermato a 0,35 euro per azione, dell’utile netto normalizzato ante svalutazioni e poste straordinarie (sarebbe stato di 161 milioni). «La redditività tecnica è ai massimi storici e confermiamo le previsioni del piano», sottolinea Mazzucchelli. Che significa una crescita di oltre un miliardo di raccolta premi, un utile netto superiore a 200 milioni e un Roe al 9% al 2017, eseguendo il programma di crescita della profittabilità al quale la società sta lavorando dopo l’aumento di capitale da 500 milioni lanciato nell’autunno del 2014.

Resta da vedere se arriverà un azionista-baricentro a sostituire Popolare Vicenza, dopo la chiusura della storica intesa con la spagnola Mapfre (era arrivata all’8% e lo scorso anno è andata a zero). «Ci siamo svincolati già alcuni anni fa dall’accordo con il socio spagnolo, senza conflitti, perché la partnership industriale da principio immaginata avrebbe significato la dissolvenza di Cattolica», dice ancora l’amministratore delegato. La storia della compagnia dell’ultimo decennio, in effetti, è segnata da un paio di alleanze strappate: con il Banco popolare (era stata immaginata addirittura una fusione nel 2006), ieri con Mapfre. E ora pende la spada sul patto con Pop Vicenza.

Difficile che lo spunto al cambiamento venga dal board. Che è invece orientato alla conservazione dello status quo, con quanto consegue in termini di gettoni. Nessun consigliere di Cattolica ha avuto compensi inferiori a 100mila euro, numerosi sono al di sopra dei 300mila, e una remunerazione di 1,2 milioni è andata al presidente Bedoni, già leader nazionale di Coldiretti e – come buona parte del Cda – esponente di spicco dell’establishment veronese. Il board è costato 6,4 milioni nel suo complesso, il collegio dei sindaci poco meno di un milione.

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