Opinione della Settimana

Previdenza, pensioni in cerca di verità

Calcolo - Previdenza Imc

(di Alberto Brambilla e Edoardo Zaccardi, Centro Studi e Ricerche, Itinerari Previdenziali – Corriere Economia)

Dopo la busta arancione: come cambia il tasso di sostituzione a seconda dei parametri utilizzati. Stime difficili: dal Pil alla camera troppe variabili incerte. Ma senza rendita di scorta…

Di cosa parliamo, quando parliamo di pensioni? Parafrasando il titolo di un racconto dello scrittore americano Raymond Carver, stiamo parlando della sostenibilità della nostra pensione. Cioè del tasso di sostituzione, il dato che misura quanto il sistema riconosce ai lavoratori in quiescenza a fronte dei contributi versati. Il dato più utile è il tasso di sostituzione netto che misura il rapporto tra l’importo della prima rata di pensione e quello dell’ultima retribuzione al netto del prelievo contributivo e fiscale. Fornisce, dunque, una misura dell’adeguatezza delle prestazioni attese.

Le stime

Questo lo strumento; ma prima di metterlo in azione, un’altra premessa è d’obbligo per sgombrare il campo da eccessive drammatizzazioni. Se il termine di paragone sono le prestazioni pensionistiche calcolate con il metodo retributivo — che considerava nel calcolo della rendita soltanto l’ultimo anno, o gli ultimi anni 5 di retribuzione — non c’è paragone che tenga. Ma quello passato era un metodo di calcolo eccessivamente generoso, non sostenibile e sostanzialmente ingiusto. E ne paghiamo le conseguenze in termini di debito pubblico.

Se, invece, assumiamo pensioni calcolate con un metodo retributivo «di buon senso», le future rendite non si discosteranno di molto dagli attuali tassi di sostituzione maturati a 66 anni di età.

Ecco i valori secondo le ipotesi ufficiali della Ragioneria generale dello Stato: per i dipendenti si va dal 70,3% all’81,6% (per le generazioni che stanno entrando ora nel mondo del lavoro), con un minimo del 59,7% per carriere importanti (retribuzione annua più 3% in termini reali). Per i lavoratori autonomi, per i quali è previsto un graduale aumento dell’aliquota contributiva totalmente a loro carico, si registra un lieve incremento del tasso di sostituzione e potranno contare su una pensione netta che va dal 63,9% al 75,4% dell’ultimo reddito da lavoro. Si tratta di buoni rapporti, che non sembrano giustificare accenti così esasperati come si sentono in giro.

Prudenza

Il realismo e il buon senso, tuttavia, ci consigliano una maggiore prudenza. Queste proiezioni si fondano, infatti, su premesse di un mondo che non c’è più, quello in cui si riteneva verosimile una crescita del Pil reale dell’1,57%, un’inflazione del 2% e una crescita delle retribuzioni individuali reali dell’1,51% (con produttività pari al +1,53% annuo). Parametri che si discostano dalla realtà attuale e che difficilmente saranno ipotizzabili anche nei prossimi anni. Per avere un’idea basti pensare che dal 2006 ad oggi la produttività del lavoro ha osservato una dinamica negativa con una perdita netta (-0,2% l’anno). Un discorso analogo vale per il Pil che, sebbene abbia giovato della «ripresina» del 2015, ha fatto registrare una variazione negativa nell’ultimo triennio in media dello 0,3% all’anno.

Occorrono nuove coordinate. E così abbiamo ipotizzato, grazie al motore di calcolo di Epheso, un modello che si candida a fornire un quadro più realistico. Le ipotesi di base prevedono una crescita media quinquennale del Pil pari rispettivamente all’1%, 0,9% e 0,8%, e un’ipotesi di crescita annua delle retribuzioni anch’essa più contenuta, l’1,2% reale.

Analizzando i tassi di sostituzione netti così calcolati, la differenza non è sostanziale trattandosi al massimo di due punti percentuali in meno (dal 78% al 76% per i nati nel 1990 se il Pil cresce dello 0,8% e non dell’1%), ma è pur vero che la differenza ipotizzata nella crescita del Pil è di appena 0,2 punti percentuali. Nel sistema di calcolo contributivo, infatti, la capitalizzazione dei contributi versati, quindi la loro redditività, avviene sulla base della media quinquennale del Pil nominale: una previsione di crescita più bassa riduce la capitalizzazione annua dei montanti via via accumulati e quindi fa perdere qualche punto di tasso di sostituzione.

Test pensioni (Corriere Economia 04.04.2016) Imc

Carriera

Ma oltre al Pil, un altro elemento è discriminante nel determinare i tassi di sostituzione netti: la dinamica di reddito individuale. Occorre tenere conto, infatti, che più alta è la dinamica individuale di crescita delle retribuzioni e minore sarà il tasso di sostituzione (pur potendo risultare un valore assoluto di pensione superiore); per carriere con dinamica individuale annua pari al 3% oltre i prezzi, il tasso di sostituzione si riduce di quasi il 15%. Ma vale la pena ricordare, al contempo, che il tasso di sostituzione dipende per definizione dal reddito da attivo: ciò significa che si può avere l’81,6% di tasso di sostituzione, ma se la retribuzione è di 1.000 euro netti al mese per 13 mensilità, si otterrà una pensione di 816 euro netti/mese per 13 mesi, solo 1,8 volte l’importo dell’assegno sociale. La combinazione tra crescita del Pil e dinamica individuale ha quindi un effetto molto importante. Tanto più la crescita del Pil è «simile» alla dinamica retributiva, tanto più si otterranno tassi di sostituzione molto elevati.

Secondo pilastro

Una dimensione altrettanto importante è rappresentata dalla previdenza complementare, che è una delle (poche) frecce a disposizione dei lavoratori (di oggi) per centrare l’obiettivo di contare su prestazioni pensionistiche adeguate (un domani). Il Centro studi di Itinerari Previdenziali ha calcolato i tassi di sostituzione netti complessivi (previdenza obbligatoria e complementare). I calcoli sono stati fatti considerando per i dipendenti un’aliquota di finanziamento al fondo pensione del 6,91% (tutto il Tfr) più l’1% del reddito lordo di contributo a carico sia del lavoratore sia del datore di lavoro e dell’8,91% per gli autonomi (per rendere confrontabili le proiezioni). Inoltre sono state considerate le regole fiscali attuali.

Ebbene, i tassi di sostituzione si elevano per i dipendenti privati fino a 17,3 punti percentuali, mentre per quelli autonomi fino a 12,7 punti. La differenza dei tassi di sostituzione tra le varie generazioni tende ad ampliarsi sensibilmente e va imputata non solo al diverso orizzonte temporale del piano di accumulo, ma anche al reddito variabile sulla base del quale è considerato l’ammontare del contributo versato annualmente al fondo pensione. Da qui le seguenti considerazioni: prima si inizia a contribuire alla previdenza complementare e maggiore sarà l’effetto di integrazione alla previdenza pubblica; il regime fiscale favorevole applicato alla previdenza complementare ha un impatto considerevole sui tassi di sostituzione netti in raffronto con i corrispettivi lordi.

Sono molteplici, dunque, i «futuri» che attendono le nostre pensioni: ma è pur vero che noi ne siamo (in parte) artefici.

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