
Ad un anno dall’applicazione della norma solo lo 0,74% degli aventi diritto si è avvalso dell’opportunità. Alla base dell’insuccesso dell’operazione, secondo il campione sondato, il regime fiscale penalizzante, la riluttanza a privarsi di un risparmio costruito nella carriera lavorativa e il danno che verrebbe a crearsi nelle posizioni individuali dei fondi pensione
Secondo quanto emerge da una indagine dell’Osservatorio Nazionale del lavoro – ufficio statistica della Fondazione Studi del Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro – svolta su un campione di circa 900.000 dipendenti, dopo un anno di applicazione della legge che consente di trasferire il Tfr in busta paga per i lavoratori dipendenti, solo lo 0,74% degli aventi diritto si sono avvalsi di questa opportunità: la scelta di liquidare il Tfr in busta paga è stata effettuata infatti solo da 6.712 lavoratori. La Fondazione rileva quindi il consolidamento dello scarso interesse a questa norma da parte dei dipendenti, così come anticipato dalle precedenti rilevazioni.
Al termine del primo anno di applicazione della norma (entrata in vigore il 3 aprile 2015), le percentuali riferite alle casistiche che sono alla base dell’insuccesso dell’operazione evidenziano soprattutto (per il 52% del campione) un mancato interesse a causa del regime fiscale penalizzante che è stato previsto dalla legge. La liquidazione del Tfr in busta paga presuppone l’applicazione della tassazione ordinaria in luogo della tassazione separata, aspetto che – rileva la Fondazione – “sin da subito ha fortemente disincentivato l’utilizzo di questo strumento”. Il 22% non si vuole privare della piccola cassaforte che si è formato durante la carriera lavorativa mentre il 18% ha paura dei danni che la monetizzazione del Tfr provocherebbe rispetto alla pensione integrativa, soprattutto per coloro che hanno deciso di destinare il Tfr ai fondi pensione. Quota residuale, infine, per chi afferma di non aver ancora valutato adeguatamente (7%).
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