Opinione della Settimana

BpVi, da Generali a Ifis ecco i “salvatori” di Zonin

Giovanni Zonin Imc

(di Christian Benna – Il Piccolo)

Azione di responsabilità: nell’assemblea di marzo i Big, compresa la Fiamm di cui è ad Dolcetta, hanno scelto l’astensione. Un 43% prevalente sui piccoli soci

Gianni Zonin (nella foto) deve ringraziare i grandi azionisti di Popolare di Vicenza, da Cattolica a Generali fino a Banca Ifis. Anche se è improvvisamente diventato quasi un nullatenente, dopo aver ceduto ai figli le quote dell’azienda di famiglia, l’ex banchiere e re del vino avrebbe potuto trovarsi in un mare di guai se l’assemblea del 26 marzo avesse preso una piega a lui sfavorevole. I 1300 piccoli soci presenti a Vicenza in quel sabato di pioggia a ridosso della Pasqua erano decisi a fargliela pagare per aver contribuito a portare al dissesto l’istituto berico e sul lastrico migliaia di risparmiatori. E infatti hanno votato compatti alla richiesta di promuovere un’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori che hanno lasciato un buco da 1,4 miliardi di euro. Erano tanti i piccoli soci, circa il 38% dei presenti, secondo i meccanismi di voto della Popolare, ma non abbastanza. Perché i Big hanno scelto un’altra strada: quella dell’astensione che, con il 43% dei voti, ha prevalso sugli altri offrendo così una rete di salvataggio a Gianni Zonin, il padre padrone per vent’anni della Popolare di Vicenza.

È quanto si apprende dai verbali dell’assemblea pubblicati ieri, in cui spiccano i nomi della finanza del Nord Est. Decisive sono state le astensioni di Cattolica (8,9% del capitale presente), di Generali (3,61%) di Banca Ifis (1,69%) e della Fiamm (0,55%), l’azienda di cui è amministratore delegato Stefano Dolcetta, presidente di Bpvi. Hanno votato contro l’azione di responsabilità lo stesso Zonin (51 mila azioni), i figli Domenico (21 mila), Francesco (22mila) e Michele (22 mila), la moglie Silvana Zuffellato (54 mila), il fratello Silvano (35 mila), a cui si aggiungono i titoli in pancia ad alcune aziende agricole come la tenuta Castello del Poggio (31 mila), la tenuta Cà Bolani (88 mila), la Badia (18 mila) e quelli dell’imprenditore dei prosciutti Luca Ferrarini (1,55%).

Avrebbe potuto pesare di più Zonin alla conta dei voti, senonché, come si è appreso nelle scorse settimane, ha venduto due terzi delle sue azioni prima che si abbattesse il diluvio sulla Pop Vicenza. Si aggiunge quindi altro sale sulle ferite dei 250 mila piccoli risparmiatori beffati dalla svalutazione delle quote azionarie e che ora assistono all’uscita di scena di Zonin scortato dai grandi soci. Una vicenda che ha infastidito anche il governo, con le dichiarazioni scritte sulla pagina di Facebook del sottosegretario dell’economia Enrico Zanetti: «Hanno fatto un errore di valutazione gravissimo e sarà bene che lo ammettano al più presto. Giustificare il tutto dicendo che ora la priorità è l’aumento di capitale significa non avere ancora capito che varare senza indugi e con grande fermezza l’azione di responsabilità avrebbe favorito l’avvicinamento di nuovi investitori, non certo l’allontanamento».

Mentre la rabbia dei piccoli risparmiatori si manifesta rumorosa sotto la casa di Zonin, anche l’associazione nazionale azionisti Banca Popolare di Vicenza promette battaglie legali. Inoltre sugli intrecci finanziari di Pop Vicenza e grandi soci si sono accesi di fari della Consob che ha chiesto lumi a Cattolica sul rapporto di partecipazioni incrociate intercorso tra le due società. In particolare Consob vuole fare chiarezza intorno alla valutazione della quota del 15% in Cattolica, a bilancio a circa 14,7 euro ad azione a fronte di un valore di Borsa inferiore ai 6 euro. Tuttavia, non tutti gli investitori istituzionali sono rimasti al fianco di Gianni Zonin. La Fondazione Cassa di Risparmio di Prato (3,55% del capitale in assemblea), ad esempio, ha votato per chiedere i danni alla vecchia gestione, così come la Fondazione Maria Teresa Mioni.

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