Opinione della Settimana

Fondi pensione pronti al rilancio, con gli incentivi allargare le adesioni

Fondi pensione (3)(di Marco lo Conte – Il Sole 24 Ore)

I margini ci sono per aumentare il tasso di sostituzione tra ultimo stipendio e rendita pensionistica, grazie ai fondi pensione; e per allargare la platea – ora molto ridotta – dei lavoratori che aderiscono alla previdenza complementare. Ma l’operazione che l’esecutivo si prepara ad allestire invista della legge di Stabilità non è tuttavia priva di rischi e ostacoli. Partiamo dai numeri: si può stimare che per innalzare di circa il 10% la proporzione tra ultimo stipendio e assegno pensionistico, un lavoratore deve destinare un decimo della sua retribuzione a un fondo pensione linea bilanciata per almeno 15 anni (ipotizzando costi e rendimenti medi dell’ultimo decennio); o in alternativa, aumentare i contributi previdenziali, la loro deducibilità fiscale e, soprattutto, ridurre la tassazione sui rendimenti annuali. Una misura in vigore solo in Italia, Danimarca e Svezia. Tutti gli altri paesi, non a caso, applicano un prelievo fiscale solo alla prestazione previdenziale, che è più cospicua proprio perché meno defalcata periodicamente.

Quanto si potrebbe recuperare – in prospettiva – ridisegnando la fiscalità del settore? La legge di Stabilità 2015, all’innalzamento del prelievo dal 11,5 al 20% stimava in 50 milioni il gettito per ciascun punto di aliquota (ipotesi rendimento annuo del 4%). Innescare una retromarcia rispetto a quanto deciso un anno e mezzo fa potrebbe essere non solo utile, ma anche profittevole per le casse dello Stato, anche se non nell’immediato. Il Fisco incassa infatti 660 milioni di euro l’anno da imposte sui rendimenti e 1,56 miliardi circa sulle prestazioni. Ma il patrimonio dei fondi pensione è per il 90% costituito da contributi e del 10% dai rendimenti. Inoltre l’età media degli aderenti continua a salire: entro i prossimi 15 anni andranno in pensione le coorti generazionali più ingenti. Per questo l’Erario può beneficiare dalla riduzione se non addirittura dalla cancellazione delle aliquote sui rendimenti, per raccogliere di più nei giro di pochi anni. Se i vincoli di bilancio parlano di percorribilità delle ipotesi di rilancio, c’è molto da fare per rendere estesa e omogenea la copertura previdenziale: gli iscritti sono solo 7,3 milioni su 22 milioni circa di lavoratori; degli iscritti, 1,6 milioni hanno interrotto i versamenti; poi ci sono 64mila soggetti che hanno chiesto anticipazioni (+10% sull’anno precedente). È necessario aumentare le adesioni con incentivi di varia natura, ridefinendo la struttura contributiva: rilanciando per esempio quel fondo di garanzia per le piccole imprese che si trovino a far a meno del Tfr dei proprio dipendenti, ideato e poi accantonato nel 2007.

Serve però anche una seria campagna di educazione previdenziale oltre che finanziaria. L’esempio del Nest britannico offre molti spunti a riguardo per incrementare e diffondere comportamenti positivi degli individui. Che ce ne sia bisogno lo testimonia la recente ricerca secondo cui l’Italia è 63esima nella classifica internazionale di alfabetizzazione, dietro Kenya, Togo e Zambia, con solo il 37% degli adulti in grado di rispondere alle 5 domande di base in materia. La Busta arancione è agli albori: occorrerà ora educarne i lettori. Per esempio: ciascun aderente versa in media soltanto 1.780 euro l’anno, circa il 7% del reddito medio degli italiani: meno di quel 10% indicato da molti esperti come la quota utile per aumentare di dieci punti percentuali il tasso di sostituzione. Nell’elenco delle cose da fare non manca il pubblico impiego: i dipendenti pubblici vedono le loro prestazioni previdenziali di secondo pilastro tassate ancora con la vecchia normativa (126/96). Il che, insieme alla confusione tra regime di Tfr e Tfs, ingenera incertezza: tant’è che pochi hanno ancora aderito ai tre strumenti del settore. Capitolo a parte riguarda la governance dei fondi, di cui l’Esecutivo chiede una crescita dei requisiti di professionalità; mentre non è da escludere un pressing per iniziative del tipo fondo Atlante, già rigettata da diverse strutture previdenziali, anche per ragioni normative. Fondi pensione, così come analogamente le Casse previdenziali, sono ritornati da tempo al lavoro per definire un fondo dei fondi che investa tramite una Sgr nell’economia reale del paese: favorendone la crescita economica e occupazionale.

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