Opinione della Settimana

Sinistri stradali, danno da incapacità lavorativa senza soglia minima

Corte Cassazione (4) Imc

(di Francesco Machina Grifeo – Quotidiano del Diritto)

«La liquidazione del danno patrimoniale da incapacità lavorativa, patito in conseguenza d’un sinistro stradale da un soggetto percettore di reddito da lavoro, deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito effettivamente perduto dalla vittima, e non il triplo della pensione sociale». Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con l’ordinanza 4 maggio 2016 n. 8896, rigettando il ricorso di un uomo rimasto vittima di un sinistro contro l’assicurazione.

Nella fasi di merito, tanto il Tribunale quanto la Corte d’appello di Brescia, infatti, avevano accolto la domanda di risarcimento del danno da perdita della capacità di guadagno, liquidando però il relativo pregiudizio sulla base del «più alto reddito percepito dalla vittima nei tre anni precedenti il sinistro». Un criterio contestato dal ricorrente secondo cui il danno da riduzione della capacità di guadagno deve essere liquidato in base al triplo della pensione sociale (oggi assegno sociale) tutte le volte che il danneggiato abbia un reddito a questa inferiore.

Di diverso avviso la Suprema corte secondo cui il ricorso al criterio del triplo, ai sensi dell’articolo 137, del Codice assicurazioni, «può essere consentito solo quando il giudice di merito accerti, con valutazione di fatto non sindacabile in sede di legittimità, che la vittima al momento dell’infortunio godeva sì di un reddito, ma questo era talmente modesto o sporadico da rendere la vittima sostanzialmente equiparabile ad un disoccupato». Tale criterio dunque «non costituisce affatto un automatismo». In quanto, prosegue la sentenza, anche un reddito modesto «può essere stabile e permanente, e costituire effettivamente il massimo frutto possibile delle potenzialità produttive del danneggiato». E così era per la Corte di Appello secondo cui nonostante la vittima avesse iniziato a lavorare da soli tre anni, l’attività doveva comunque considerarsi ormai «consolidata», per cui nulla lasciava dedurre che in futuro il reddito sarebbe «certamente cresciuto».

Da qui l’affermazione da parte dei giudici di Piazza Cavour del secondo principio di diritto: «Nella liquidazione del danno patrimoniale futuro da incapacità di lavoro il reddito della vittima da porre a base del calcolo deve essere equitativamente aumentato rispetto a quello concretamente percepito, quando sia ragionevole ritenere che esso negli anni a venire sarebbe vero similmente cresciuto». E la relativa valutazione deve essere compiuta dal giudice di merito «in base ad elementi oggettivi che è onere del danneggiato dedurre, ed in mancanza dei quali non è consentita la liquidazione del danno in base al triplo della pensione sociale, a nulla rilevando che il reddito della vittima fosse di per sé di modesta entità».

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