Opinione della Settimana

Fondi pensione: Investimenti in infrastrutture, Usa e Canada fanno scuola

Infrastrutture (2) Imc

(di Davide Colombo – Il Sole 24 Ore)

I grandi fondi diversificano alla ricerca di rendimenti maggiori. In attesa di alternative intanto i maggiori italiani scelgono l’estero

Per capire da dove dovrebbe partire la lunga marcia dei fondi pensione italiani verso l’obiettivo di investimenti diretti nell’economia nazionale basta guardare una grafica pubblicata nell’ultima survey dell’Ocse sulle scelte di portafoglio effettuate nel 2015. Su una selezione di circa 50 grandi fondi pensione si scopre che i tre italiani in esame (Cometa, con un patrimonio di circa 10,8 miliardi $; Fonchim, 5,7 miliardi $; Fonte, 3,3 miliardi $) spiccano nella classifica dei fondi che hanno scelto di investire all’estero.

L’analisi Ocse offre una spiegazione molto chiara sul perché di queste scelte di investimento. Di solito puntano sull’estero i fondi pensione grandi che non trovano nel loro paese un mercato dei capitali sufficientemente grande, liquido e diversificato cui guardare (come per esempio quelli dei Paesi Bassi o del Canada). E poi ci sono i vincoli regolatori, che impongono determinate asset allocation, effettuate per garantire buoni rendimenti con bassi profili di rischio. Il risultato è che soggetti come Fonchim, il fondo negoziale dei chimici, ha investito per l’87,5% all’estero nel 2015, ed è il top della classifica. Il fondo Fonte, vale a dire il fondo negoziale del terziario, ha un portafogli estero-vestito per quasi il 70%, mentre il Cometa, dei metalmeccanici, lo è per il 47%.

Secondo i dati Covip, negli ultimi dieci anni, quelli della più grande crisi finanziaria globale dopo il 1929, i fondi pensione italiani hanno ottenuto mediamente un rendimento attorno al 40%, con oltre il 90% delle gestioni sopra il Tfr, che ha reso meno del 27% nello stesso periodo. Quindi la scelta di puntare sull’estero, fatta non certo con l’intenzione di voltare le spalle al proprio Paese, è stata più che adeguata, visto che in Italia non ci sono strumenti di investimento alternativi realmente appetibili.

Guardando l’altra faccia della medaglia, vale a dire cosa scelgono gli investitori istituzionali internazionali (tra cui molti grandi fondi pensione) che dall’estero puntano sull’Italia, si scopre che i titoli più appetibili restano quelli del debito pubblico. Secondo gli ultimi dati analizzati da Unicredit a febbraio poco meno del 34% dei titoli del debito sul mercato erano in possesso di investitori non residenti (circa 631 miliardi su un totale di 1.868 miliardi). Anche in questo caso la scelta è chiara: titoli molto liquidi, mercato molto trasparente, rating adeguato.

A spingere per investimenti alternativi (per esempio in infrastrutture domestiche o mini-bond) c’è la grande forza del mercato: con tassi di interesse a zero o negativi anche le asset allocation più conservative sono indotte a rimettersi (almeno un po’) in gioco. La survey dell’Ocse fa intuire che le potenzialità sono enormi. Se tra il 2010 e il 2014 gli investimenti in infrastrutture tramite società non quotate si sono collocati su quote minime (il 2-3% dei portafogli dei fondi più grandi, soprattutto nord-americani e canadesi) crescono i segnali di una volontà ad aumentare l’esposizione diretta su programmi infrastrutturali. Lo statunitense CalPERS, che ha già un 1% di infrastrutture in portafoglio, l’anno scorso ha fatto nuovi investimenti su questo asset per 1,5 miliardi. Il fondo pensioni del Quebec ha più che raddoppiato in tre anni (dal 2,1 al 4,6%) i suoi investimenti in infrastrutture. Nel sondaggio Ocse dieci fondi (dal Cile alla Croazia, dall’Austria alla Russia e la Nigeria) hanno manifestato la volontà di investire in infrastrutture in questi prossimi anni. Per l’Italia ha manifestato un’intenzione di questo tipo il fondo Cometa.

La ricerca di investimenti alternativi in qualche paese ha portato i fondi a puntare su strategie multi-asset di medio-lungo periodo che coinvolgono anche forme di finanziamento di imprese non quotate o Pmi. I passi più significativi sono stati fatti in contesti finanziari più maturi, dove le relazioni tra banche e società finanziarie hanno consentito ai fondi pensione di muoversi con investimenti diretti. È il caso del Netherlands investment institution, un veicolo finanziario attivato da investitori istituzionali olandesi per finanziare obbligazioni senior o prestiti diretti di piccole e medie imprese. La prima iniziativa (480 milioni di euro) è stata lanciata a settembre e ne dovrebbe seguire una seconda (per obbligazioni subordinate di Pmi) nei prossimi mesi. Iniziative analoghe, assunte con strategie di gestione dinamica del portafoglio, sono state assunte dal New Zealand Superannuation Fund e dal Canada pension plan investment board. Un altro caso è quello dei fondi svedesi (Ap-1) che con una garanzia pubblica hanno mobilizzato 2,5 miliardi in investimenti sulle attività produttive del loro paese. Sono segnali che l’Ocse considera «significativi» e che potrebbero moltiplicarsi in tutta Europa se la Capital market union farà progressi.

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