Opinione della Settimana

Diamo più chance ai nuovi italiani

Lavoro - Nuovi italiani Imc

(di Federico Fubini – Sette, Corriere della Sera)

Generali crea un contratto ad hoc per i giovani laureati figli di immigrati: un esempio intelligente di integrazione attiva

Senza annunciarlo, senza neanche farne una politica ufficiale del gruppo, negli ultimi mesi le Assicurazioni Generali hanno introdotto un’innovazione: contratti di lavoro dedicati a cittadini o residenti italiani di origine non italiana. Silenziosamente, la compagnia ha iniziato a selezionare giovani laureati originari del Congo, della Cina, della Tunisia o della Nigeria. Sono stati inseriti con gradualità in posizioni qualificate di partenza o intermedie, piuttosto che più vicine al vertice. Erano ragazzi ordinari appena usciti da un ciclo di studi all’università.

Dietro c’è dall’inizio un’idea precisa maturata ai piani alti di Generali: dare un’opportunità a italiani i cui nomi e tratti somatici suonano ad altri, malgrado tutto, un po’ strani. Non andrà ancora a lungo così. Avranno una visione diversa tra non molti anni le generazioni di scolari e di studenti che oggi stanno crescendo in classi assieme a centinaia di migliala di coetanei di origini straniere. Per i nati attorno al cambio del millennio, lavorare in un ufficio di Roma, Milano o Torino fianco a fianco con colleghi che hanno genitori africani o asiatici sembrerà molto più normale. Per adesso non è così. Gli italiani, in gran parte, anche se per la grande maggioranza non avrebbero nulla in contrario, semplicemente non sono abituati a immaginare i migranti in ruoli da colletti bianchi e da ceto medio. All’origine dell’iniziativa di Generali c’è proprio questo: la percezione che questo Paese per adesso abbia dimostrato, forse solo per pigrizia, una capacità di integrazione solo parziale. L’Italia si è dimostrata aperta nell’accoglienza di chi arriva senza documenti, nell’assistenza sanitaria per tutti, nell’inserimento scolastico. All’ultimo passo, il lavoro, serra i ranghi.

Non credo che esista un’altra azienda che persegua una politica di assunzioni simile a quella di Generali, e se lo facesse forse si esporrebbe alle proteste degli “italiani-italiani” che si sentirebbero discriminati. L’esperienza suggerisce che il sistema amministrativo e l’economia rendono difficile la mobilità sociale degli stranieri e ci sarebbe da stupirsi del contrario: perché dovrebbe essere altrimenti, se anche la mobilità sociale degli italiani è ai minimi termini.

Una possibile risposta è che certi stranieri sembrano in media più dinamici. Ricorda il giornalista del Corriere fiorentino e di Redattore sociale Jacopo Storni, nel suo libro L’Italia siamo noi (Castelvecchi), che il ruolo di milioni di immigrati nell’economia italiana è ormai di primo piano. Nel 2014 il saldo fra imprese di stranieri aperte e chiuse è attivo per 24 mila registrazioni nette in più (mentre è negativo di 32 mila unità per le imprese italiane), i nati all’estero sono oltre l’8% della popolazione in età lavorativa, il loro contributo stimato al reddito nazionale è dell’8,8% e il gettito fiscale e contributivo è stimato di 16,5 miliardi (dati della Fondazione Leone Moressa). Soprattutto, ricorda Storni, un’impresa straniera su quattro ha al comando un manager sotto i 35 anni, contro un impresa su dieci nel caso degli italiani.

Cambio di prospettiva

Dati come questi pongono un interrogativo che non riguarda solo l’Italia ma tutte le democrazie avanzate: cosa resta del nostro principio fondante “no taxation without representation”, cioè del diritto di rappresentanza che deve andare di pari passo con il pagamento delle tasse? Non è vero che gli stranieri che lavorano e contribuiscono alle spese dello Stato non possono votare per il governo nazionale in Italia, Francia, Germania o Gran Bretagna. Possono: solo che prima devono vivere per un numero sufficientemente lungo di anni nei loro nuovi Paesi da poterne acquisire la cittadinanza. Non basta lavorare e pagare le tasse per due o tre anni per poter avere voce in capitolo. A volte non ne bastano neanche cinque.

La domanda adesso non è come cambierebbe il parlamento di Roma se la legge sulla rappresentanza politica diventasse un po’ più aperta. La vera domanda è se i posteri, quelli che ci guarderanno fra un secolo, ci vedranno un po’ come noi vediamo i nostri avi che negavano di diritto di voto alle donne. Non lo so, ma forse è tempo di chiederselo.

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