Opinione della Settimana

Il lato buono dei tassi a zero, la finanza riscopre l’economia reale

Analisi - Investimenti Imc

(di Morya Longo – Il Sole 24 Ore)

I lavoratori del gruppo Diageo hanno preso un po’ troppo alla lettera il detto «bevo per dimenticare». Per scordare gli effetti nefasti dei tassi a zero, il loro fondo pensione ha infatti deciso di investire (attraverso un complesso schema finanziario) in 2,5 milioni di botti di Scotch whisky. Allianz Global Investors, con lo stesso obiettivo di esorcizzare la iattura dei tassi a zero, ha preferito investire parte dei patrimoni che gestisce comprando parcheggi su strada a Chicago. Munich Re, piuttosto che lasciare la liquidità in Bce a tassi negativi, ha scelto invece di puntare sul vecchio «materasso»: ha preso 10 milioni di euro in banconote e li ha messi al sicuro lontani dalla Bce. Ma c’è anche chi investe in ferrovie, in ospedali, in energie rinnovabili. Pesino chi, come il gruppo Dairy, in magazzini di formaggio.

Nell’era dei tassi a zero, o addirittura sotto zero come ormai tocca a circa 10mila miliardi di dollari di titoli di Stato globali, solo una cosa offre ancora qualche speranza di rendimento per i grandi investitori: la fantasia. Assicurazioni, fondi pensione, fondi comuni sono costretti a esplorare nuove frontiere pur di portare a casa qualche rendimento accettabile per i loro sottoscrittori. «Comprare Bund tedeschi a tassi negativi non è più da considerare un investimento sicuro – commenta laconico Tobias C. Pross, managing director di Allianz Global Investors –. Per questo noi gestori dobbiamo trovare investimenti diversamente sicuri». Nuove strade, alternative. Nuove frontiere.

L’occasione dei tassi a zero è dunque ottima per dirottare sempre più capitali finanziari dove servirebbero: cioè nell’economia reale, nelle infrastrutture, nelle piccole imprese innovative, nello sviluppo dell’energia pulita, nell’acqua. Ma il rischio è che, senza normative chiare a livello internazionale, questa fame di rendimenti «alternativi» finisca solo per creare le ennesime bolle speculative. Sta alla politica internazionale creare l’ecosistema adatto per favorire, in questo mondo dei tassi a zero, lo sviluppo di investimenti alternativi per assicurazioni e fondi pensione ma contemporaneamente utili per tutti gli altri. Il tema è all’ordine del giorno al G20. Ma la soluzione è ancora lontana.

Le nuove frontiere

Che la ricerca spasmodica di rendimenti stia spingendo sempre più investitori istituzionali verso lidi sconosciuti lo confermano, prima ancora dell’aneddotica, i numeri. Secondo i dati di Willis Tower Watson, dal 2008 ad oggi i fondi pensione globali censiti hanno ridotto gli investimenti tradizionali in azioni e obbligazioni, per aumentare dal 19% al 24% del totale in gestione gli investimenti alternativi ai mercati finanziari: dal settore immobiliare a quello delle infrastrutture. Su un campione diverso e su un concetto diverso di investimenti «alternativi», anche dall’Ocse arriva a un messaggio simile: i grandi fondi pensione hanno portato l’allocazione di risorse in asset alternativi dal 14,3% del 2010 al 15,3% del 2014, mentre i fondi pensione pubblici sono passati dall’11,2% al 13,5%. La crescita maggiore è avvenuta negli Usa, Canada, Brasile, Gran Bretagna e Israele. Le società di riassicurazione, secondo una ricerca di Aon sul settore, hanno in gestioni alternative il 12% del loro capitale. E un sondaggio di BlackRock tra 201 grandi investitori globali racconta una storia analoga: il 46% di questi ha aumentato gli investimenti alternativi (principalmente nel settore immobiliare, delle infrastrutture e delle materie prime) negli ultimi 3 anni, e nei prossimi 18 mesi lo farà il 60% degli intervistati.

Ma sono soprattutto le testimonianze a dimostrarlo. «Ormai i grandi investitori non possono far altro che cercare alternative ai tassi a zero – spiega il gestore di una grande assicurazione –. Il problema è che le assicurazioni, per farlo, devono avere team specializzati nella gestione di questi nuovi rischi oppure devono delegare a terzi questo tipo di investimenti». Insomma, ancora non sono davvero preparate a esplorare le nuove frontiere. «Per sopravvivere nell’era dei tassi a zero, i fondi pensione o le assicurazioni hanno solo tre strade da percorrere – spiega Alberto Gallo, gestore di Algebris. O tagliano i costi di gestione, per esempio usando Etf. O puntano su strategie davvero attive, quelle che non usano benchmark. Oppure vanno su investimenti illiquidi, come le infrastrutture».

Opportunità globali

È evidente che questo trend possa avere una ricaduta positiva per l’economia reale: se si trovasse davvero il modo per far confluire una parte maggiore delle immense risorse presenti sui mercati finanziari nello sviluppo delle infrastrutture o nel finanziamento delle piccole imprese, si potrebbe trasformare un’esigenza finanziaria degli investitori in un volano per l’economia. C’è grande bisogno di agganciare, sempre più, i capitali finanziari al mondo reale. E i tassi a zero possono – devono – essere l’occasione per farlo. Anche perché per colmare il gap infrastrutturale che separa il mondo attuale da quello futuro, servono tanti – davvero tanti – soldi. E gli Stati, superindebitati, non li hanno.

Stima il G20 che da qui al 2030 a livello globale serviranno 57mila miliardi di dollari solo per sviluppare le infrastrutture (strade, ferrovie, porti, aeroporti, energia pulita, acqua e telecomunicazioni) di cui il mondo avrà bisogno. Purtroppo i bilanci statali difficilmente potranno sostenere un tale sforzo. Servono, dunque, capitali privati a supporto dell’impegno pubblico. Secondo Standard & Poor’s, se messi nelle condizioni giuste gli investitori istituzionali mondiali potrebbero mettere in infrastrutture la bellezza di 200 miliardi di dollari l’anno, che diventerebbero 3.200 miliardi entro il 2030. Cifra non sufficiente per colmare il vuoto che gli Stati non possono riempire (S&P stima 500 miliardi l’anno), ma comunque si tratta di un passo avanti.

Quindici anni di politiche procicliche (e di guai)

Per raggiungere questi numeri, e per riportare finalmente la finanza al servizio del mondo reale, servono però sforzi normativi importanti. Non basta il piano Juncker in Europa o qualche normativa estemporanea. Gli investitori istituzionali di lungo periodo (principalmente assicurazioni e fondi pensione) hanno circa 100mila miliardi di attivi in gestione, ma attualmente (pur in crescita) mettono solo poco più dell’1% in infrastrutture. Questo perché le normative, soprattutto quelle prudenziali di Basilea per le banche e di Solvency per le assicurazioni, continuano a disincentivare l’investimento in infrastrutture. Serve dunque una normativa globale organica, che crei un ecosistema favorevole e riduca i rischi che questi investimenti comportano. Al G20 (si veda articolo sotto) se ne parla da tempo. Prima che si moltiplichino gli investimenti in Whisky o in banconote fruscianti, prima che chi ha investito in forme di formaggio veda “ammuffire” il proprio patrimonio, sarebbe meglio raggiungere la quadra.

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