Opinione della Settimana

Inga Beale, regina dei Lloyd’s: “La sfida è conciliare hi-tech e tradizione”

Inga Beale (6) Imc

(di Enrico Franceschini – Repubblica Affari & Finanza)

Il più antico gruppo del mondo, creato nel 1688 per assicurare le navi, funziona ancora come nella tradizione, fra “grida” e contratti firmati con la stilo. “Ma vogliamo raggiungere anche chi parla solo via internet”

Un ufficio dalle pareti di vetro, all’ultimo piano di un grattacielo della City. Dentro l’ufficio, uno standing desk con un computer. In piedi davanti alla scrivania, una donna che scruta lo schermo illuminato. È trasparente il ponte di comando dei Lloyd’s of London: chiunque, in qualunque momento, può vedere cosa sta facendo l’amministratore delegato. «È l’unica cosa che ho cambiato quando ho assunto l’incarico», dice Inga Beale (nella foto), prima Chief executive officer di sesso femminile in 328 anni di storia della più celebre e prestigiosa compagnia di assicurazioni del mondo. «Ho fatto abbattere un po’ di muri. Volevo visibilità assoluta, perché ritengo necessari il dialogo, la comunicazione, ü lavoro di squadra, per ottenere i migliori risultati».

Le cifre sembrano darle ragione almeno in parte: nel 2015 i Lloyd’s hanno raccolto premi per quasi 27 miliardi di sterline (36,8 miliardi di euro), con un aumento del 6% sull’anno prima, ma gli utili sono scesi da 3 a poco più di 2 miliardi di sterline (2,9 miliardi di euro). La sfida per cui le è stato affidato il timone dell’azienda, del resto, è appena cominciata. Dodici piani più in basso, nel brulicante “mercato” a cui fa capo un esercito di 34mila broker, assicuratori e agenti, le contrattazioni avvengono ancora faccia a faccia e i contratti continuano a essere scritti a penna, «non più d’oca, ma pur sempre stilografica», ammette la Ceo, riconoscendo che occorre modernizzare per espandersi nelle nuove regioni emergenti. «Innovare senza abbandonare la tradizione», spiega, ovvero abbracciare la rivoluzione digitale senza perdere il senso di fiducia creato da quella rete di contatti personali che sono la carta di presentazione della società che dirige. «Crediamo nel web, ma pure nei rapporti umani», riassume la regina delle assicurazioni.

Come crocicchio tra tradizione e modernità, il palazzone di stile vagamente orwelliano che dal 1986 ospita i Lloyd’s (lo inaugurò una regina autentica, Elisabetta II) è al posto giusto. All’angolo c’è Lombard street, la “via dei Lombardi”, dal nome degli orefici italiani provenienti dalla Lombardia che vi aprivano botteghe sei secoli fa, dove i Lloyd’s nacquero nel 1688 in una minuscola coffee house (in omaggio a quella caffetteria, i portieri gallonati della sede odierna hanno tuttora il titolo di “waiters” – camerieri). Di fronte spiccano le ornate volte di Leadenhall, uno dei più antichi mercati di Londra, poco più in là è possibile farsi fare un abito su misura da Ed & Ravenscroft, sartoria maschile aperta nel 1689.

Ma oggi il leader mondiale delle assicurazioni è stretto fra torri di cristallo che hanno contribuito a rivoluzionare lo skyline della capitale, come il Gerkhin (Cetriolo) e il Walkie-Talkie (Ricetrasmittente), i soprannomi ispirati dalla forma dei due grattacieli, mentre un terzo, lo Scalpel (Scalpello), è in via di costruzione lì a fianco, in una foresta di gru che sfiorano le nuvole. Da un lato, la vecchia City che odora di mercanti e banchieri in bombetta, dall’altro, la cittadella finanziaria dei nuovi “padroni dell’universo”, come li battezzò Tom Wolfe nel suo profetico romanzo.

«In realtà siamo sempre stati all’avanguardia nell’innovazione», afferma l’ad nella sua bolla di vetro. «Siamo stati i primi ad assicurare qualunque nuova invenzione, dal primo satellite spaziale alle minacce del cybercrime. Ma ci sono nuovi mercati di crescente importanza per noi, come l’Africa, la Cina, l’America Latina, dove una nuova generazione di clienti non conosce la carta e comunica solo via internet. La soluzione, per non perdere il contatto umano ma riuscire a modernizzarci, è fornire i dati attraverso il web, senza rinunciare al rapporto diretto, faccia a faccia, tra assicuratore e assicurato».

Suona come la quadratura del cerchio, eppure una donna potrebbe riuscirci meglio di un uomo: autorevoli studi sostengono che se la presenza femminile fosse più alta, nella City come a Wall Street, la finanza mondiale dormirebbe più tranquilla. «Se la Lehman Brothers fosse stata una Lehman Sisters, forse non sarebbe fallita con ü crack del 2008», concorda la Ceo. «È soltanto una diffusa battuta, ma credo nell’eguaglianza tra i sessi e nell’importanza della diversità sul luogo di lavoro. Più abbiamo dipendenti di ogni sesso, etnia, esperienza, più siamo forti». Mai incontrate discriminazioni, nella sua camera? «La situazione nella City era molto diversa trent’anni fa, quando ho cominciato. Da allora sono stati fatti grandi progressi, mi batto perché proseguano». Qualche settimana fa non l’è sfuggito il caso del licenziamento di una segretaria in una società di consulenze fiscali di Londra per essersi rifiutata di mettere scarpe con i tacchi: «Da noi c’è un codice d’abbigliamento per chi ha rapporti con il pubblico», osserva ridendo. «Ma non prevede certo l’obbligo dei tacchi alti». Quelli ai suoi piedi, per la cronaca, sono di altezza media.

La biografia fornita dal suo ufficio stampa racconta una lunga camera nelle assicurazioni, con un decennio a Zurigo e ruoli manageriali in Francia, Germania, Stati Uniti, prima di rientrare a Londra. Ma non dice la sua età. La chiediamo direttamente all’interessata: «Cinquantatrè anni». Dunque ne aveva 50 quando è diventata il “comandante” dei Lloyds. La metafora marinara è appropriata per una compagnia cresciuta assicurando navi, compreso il Titanic: nel ventre dell’edificio, al centro del “mercato” degli assicuratori, la campanella di una nave affondata suona ogni volta che da qualche parte del globo avviene un disastro di massicce proporzioni. E su un libro mastro vengono ancora scritti a penna in bella calligrafia i bollettini delle sciagure marine: “7-3-2016, nave affondata al largo di Bali per falla nella stiva, passeggeri ed equipaggio salvi”; “17-3-2016, nave cargo affondata nello stretto di Bungo per una tempesta, equipaggio salvo”.

Le scrivanie dei broker sono suddivise per tipo di rischio: terrorismo, uragani, terremoti, epidemie, crollo in borsa… A girare fra questi tavoli, se si è superstiziosi, viene da fare gli scongiuri. «Meglio fare un’assicurazione», suggerisce l’ad dei Lloyd’s. «Per la propria tranquillità d’animo e per il bene comune». Non vorrà sostenere che, se uno si assicura contro un infortunio, ci guadagna la società tutta? «Proprio così. È dimostrato che una crescita dell’1% del settore assicurativo genera una crescita del 2% del Pil. La certezza di poter recuperare un capitale in caso di danni libera fondi per gli investimenti; e i nostri ricavi vengono a loro volta reinvestiti. Viviamo in un mondo sempre più rischioso e i rischi non possono essere ignorati. Anche perché in passato quelli più gravi avevano cause naturali, mentre ora le maggiori minacce vengono dall’uomo, che è ancora più imprevedibile».

Non chiediamoci, insomma, per chi suona la campana delle assicurazioni: essa suona per tutti noi. A guardare giù vengono le vertigini, non solo per l’altezza: dalle pareti-finestra una persona normale vede una città, Inga Beale intravede rischi e ne valuta il prezzo. Dove ha imparato questo mestiere? «Sul campo». E cosa ha studiato per arrivare sul campo? «Non ho fatto studi universitari. Ho finito le scuole, in campagna, vicino a Newbury, l’ippodromo preferito della regina madre, dove sono cresciuta in una famiglia della classe media, padre insegnante, madre impiegata. Ma poi, a 18 anni, invece di iscrivermi all’università, sono venuta qui nella City, ho trovato lavoro come assistente di un agente di assicurazioni e non ho più smesso». Cosa c’era nelle assicurazioni che poteva attirare una ragazza di 18 anni? «Il denaro. Le assicurazioni pagavano bene». Ne circola tanto, intorno al suo ufficio dalle pareti di vetro: perciò alle 6 e mezzo di ogni mattina la prima donna dei Lloyd’s of London è già al timone. E la nave va.

In Italia da 30 anni: “Cybercrime e gioielli solo noi copriamo i rischi speciali”

«Dopo la Gran Bretagna e la Germania, l’Italia è il nostro terzo maggiore mercato europeo, ne slamo estremamente orgogliosi», afferma Beale, che sta per arrivare nel nostro paese per celebrare 130 anni della presenza del Lloyd’s: una storia iniziata nel 1986 a Roma e proseguita nel 1990 con il trasferimento degli uffici a Milano. «C’è un rapporto di grande fiducia e fedeltà tra noi e i nostri clienti», osserva l’ad.

In Italia, i Lloyd’s assicurano rischi di grande e piccola entità, semplici e complessi, grazie a una rete di oltre 800 intermediari presenti su tutto il territorio nazionale. Nella nostra penisola hanno una posizione di leader nelle assicurazioni per la responsabilità civile generale e per il trasporto di merci. Sono inoltre l’unico partner assicurativo per i rischi speciali, offrendo soluzioni innovative per esempio contro il cyber risk, e per ridurre i rischi nel settore bancario e nel settore delle pietre preziose. Nel 2015, il totale della raccolta premi assicurativi Italiani è stato di 514 milioni di euro, che ne fanno il secondo mercato in Europa centrale. Assicurano in Italia quasi l’80 per cento delle cosiddette “Fortune 500”, le 500 maggiori aziende mondiali ognuna con filiazione italiana, nonché le più importanti collezioni e mostre d’arte, tra cui la Biennale di Venezia.

«Personalmente, adoro l’Italia», confessa Beale. «A parte le visite di lavoro, ci sono stata spesso in vacanza con la mia famiglia, a Roma, a Venezia. E questa estate andremo per la prima volta in Puglia, per l’anniversario di matrimonio di una coppia di cari amici italiani che ho conosciuto quando vivevo in Svizzera».

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