Opinione della Settimana

Alla previdenza complementare serve un fondo dei fondi

Risparmio e previdenza Imc

(di Michele Tronconi, presidente Assofondipensione – Il Sole 24 Ore)

Atlante, come figura mitologica, sosteneva il mondo. Ma non c’è solo Atlante al mondo, o il sistema bancario che si vuole sostenere, nonostante la sua centralità per l’economia italiana.

Peraltro, proprio l’eccessiva centralità delle banche nel finanziamento alle i mprese fa parte dei problemi da correggere. Come? Con altri fondi chiusi simili ad Atlante, che abbiano l’oiettivo di sostenere la cosiddetta economia reale.

Il mondo della previdenza complementare sta valutando da tempo la costituzione di un Fondo di Fondi in cui detenere la maggioranza delle quote, con cui realizzare una logica di impact investing nell’economia italiana.

Questa riflessione si è concretizzata nell’ipotesi di Fondo di Fondi delineata da Fii – Fondo italiano d’investimento Sgr.

Tale ipotesi non può che risultare più attraente ai Fondi pensione negoziali, rispetto al Fondo Atlante dove si giocherebbe il ruolo di silent partners. Per essere chiari, ad Assofondipensione non risulta alcuna corsa a partecipare al suo secondo closing, come è stato invece riferito da qualche giornale. Può forse esser vero che ci sia la disponibilità di qualche Cassa di previdenza che, tecnicamente, ha maggiori gradi di libertà nella selezione dei propri investimenti.

Va ricordato che sul tema degli investimenti alternativi, cioè in assets non quotati su mercati regolamentati, i Fondi pensione negoziali hanno espresso finora due sentimenti opposti: grande interesse a discuterne, da una parte, poca propensione a passare dalle parole ai fatti, dall’altra. Peraltro, il prevalere della prudenza è uno dei motivi per cui il risparmio previdenziale accumulatosi presso i Fondi pensione negoziali – oggi pari a circa 43 miliardi di euro con 2,3 milioni di aderenti – è sopravissuto indenne alle turbolenze dei mercati finanziari di questi lunghi anni di crisi.

Per contro, nei primi mesi del 2016 i rendimenti sono scesi intorno allo zero ed è tornato l’interesse verso soluzioni alternative, da mettere in portafoglio per quote comunque minoritarie.

Non solo rispettando il principio di diversificazione, ma addirittura incrementando la decorrelazione tra gli asses in portafoglio.

Nel prospetto di presentazione del Fondo Atlante predisposto da Quaestio management Sgr si legge che «l’obiettivo finanziario» è quello di ottenere un «rendimento circa del 6% per anno».

Qualsiasi investitore istituzionale sa che un alto rendimento si associa sempre a un alto rischio. Nessuno, perciò, vi punterebbe quote elevate del proprio patrimonio.

Vero è che bisogna passare dalle parole ai fatti e che il Fondo Atlante ha il merito di aver aperto la strada affinché i capitali pazienti e prudenti detenuti dagli investitori istituzionali giochino un ruolo più propulsivo in una fase in cui, altrimenti, si rischia lo stallo.

Peraltro, si continua a parlare di più investimenti, meno imposte e meno debito pubblico, ma non si capisce, poi, da dove possano arrivare tutti i soldi necessari. Per questo la tentazione di mettere le mani sul risparmio previdenziale traspare, a volte, più con un intento strumentale e di breve periodo.

Deve essere sempre tutelata, invece, la sua peculiarità che, da una parte, è quella di assicurare una pensione integrativa agli aderenti, dall’altra è quella di favorire il processo di accumulo di tale risparmio attraverso il mantenimento di adeguati livelli occupazionali nell’economia italiana.

Per questo il Fondo Atlante non può che comparire in secondo piano rispetto al progetto specifico che si sta studiando e che abbiamo il dovere, a questo punto, di realizzare senza ulteriori titubanze.

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