Opinione della Settimana

I riflessi di Brexit su fondi e polizze

Brexit (3) Imc

(di Vitaliano d’Angerio e Federica Pezzatti – Plus24)

Il 32% delle compagnie estere stabilite in Italia ha sede legale in UK

Brexit? A perderci sicuramente sarà il settore assicurativo, storicamente radicato nella City. Una stima recente fatta dai Lloyd’s indica che nella Ue l’industria assicurativa raccoglie circa 6 miliardi di sterline. L’Unione europea è il più grande mercato assicurativo al mondo con una quota di mercato mondiale di circa il 33 per cento: restare la porta di accesso a questo mercato (come finora è avvenuto) è di vitale importanza per la City londinese.

Le intenzioni dei broker

«Fino ad oggi gli assicuratori inglesi hanno dovuto seguire le regolamentazioni imposte dalla Ue, fra cui Solvency II, ma come si muoveranno nei prossimi anni?», si chiede Alessandro De Felice, presidente di Anra, l’associazione dei risk manager. E aggiunge: «Un altro punto oscuro è legato alla probabile revoca della possibilità, finora concessa ai professionisti inglesi in virtù del loro status europeo, di offrire polizze in un altro Stato membro senza la necessità di avere una succursale in quel territorio».

Le leggi sulla libera circolazione dei servizi in Europa permettono alle aziende e ai privati, qualora una polizza offerta da un sottoscrittore locale sia non adeguata o troppo onerosa, di rivolgersi a operatori di altri Paesi, anche per assicurare rischi locali. Questo è quanto accade anche in Italia, dove nel settore danni (non auto) l’attività viene svolta da broker offrendo polizze per lo più di gruppi internazionali basati a Londra. Il discorso vale in particolare per la Rc professionale e i danni catastrofali. Se Londra esce dalla Ue molti grandi gruppi, da Aig e Aon, hanno già annunciato che trasferiranno il loro quartier generale in altra capitale flnanziaria Ue (Francoforte, Parigi o Dublino). Anche se alcuni osservatori fanno notare come magari la Gran Bretagna potrebbe (analogamente a Norvegia, Liechtestein e Islanda) conquistarsi lo status (molto comodo) di Paese compreso nello spazio economico europeo e continuare a operare, sia pure con alcune limitazioni.

Per le compagnie britanniche che operano anche in altri Paesi dell’Unione Europea ulteriori e importanti problemi si porranno a livello di vigilanza. Ora se un gruppo assicurativo basato in un Paese Ue opera in Italia (in libera di prestazione di servizi) viene vigilato dall’authority di origine. Se invece appartiene a un Paese extra Ue, a vigilare sull’attività svolta in Italia è l’Ivass e questo, come noto, significa maggiore accuratezza nei controlli.

La raccolta britannica in italia

Ma quanto raccolgono in Italia le compagnie britanniche? Nella tabella che segue si può notare come ben il 32% delle rappresentanze ammesse a operare in Italia ha sede nel Regno Unito (seguono Francia 18% e Irlanda 13%). Quanto alla raccolta, le imprese britanniche incassano premi soprattutto nel danni dove nel 2014 hanno raccolto circa 3,4 miliardi considerando sia il regime di stabilimento sia la libera prestazione di servizi.

IVASS - Imprese estere in Italia (Plus24 25.06.2016) Imc

Effetti sull’asset management

E i riflessi sul risparmio gestito? L’effetto principale per l’asset management è la perdita del passaporto europeo per le società inglesi. Tutto andrà ricontrattato fra UK ed Europa. Di certo, in futuro, per commercializzare fondi inglesi in Italia non basterà più, come ora, la notifica alle authority. «L’uscita della Gran Bretagna ha come conseguenza che le società UK non avranno più un passaporto europeo stante l’attuale legislazione Ue – ricorda un report dello studio legale internazionale Clifford Chance. Ciò avrà un impatto su quegli asset manager che confidano sul passaporto per portare avanti il business».

Inoltre c’è la questione delle deleghe di gestione: per l’Inghilterra, in qualità di Paese extra-Ue, in Italia si applicherà l’articolo 53 del regolamento congiunto Bankitalia-Consob che tra le altre cose chiede la garanzia di una cooperazione più stretta con le authority italiane. Più ostacoli quindi per gli inglesi che vorranno fare affari in Europa.

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