Opinione della Settimana

Il signor K. alla ricerca del posto fisso

Generali - Fascicolo personale di Franz Kafka (Foto Duccio Zennaro - Archivio Storico Assicurazioni Generali) Imc

(di Siegmund Ginzberg – la Repubblica)

Apre al pubblico l’archivio delle Assicurazioni Generali di Trieste. Un piccolo tesoro di curiosità e celebrità del secolo scorso. Intente, per una volta, a occuparsi di vita nuda e cruda. Ecco ad esempio il curriculum inviato da un certo Franz Kafka da Praga…

Un posto fisso. E ci teneva. All’ufficio praghese delle Assicurazioni Generali lo assunsero grazie alla raccomandazione dello zio di Madrid. È agli atti. Lui stesso lo menziona nella sua domanda di assunzione ora trovata negli archivi triestini, in risposta al quesito 18, se conosca qualche direttore, membro del consiglio di amministrazione, ecc. “Altamente raccomandato dal console degli Stati uniti a Praga, padre del nostro rappresentante a Madrid, la famiglia del dottor Kafka gode di ottima reputazione”, dice la nota con cui il curriculum fu inoltrato agli uffici centrali a Trieste. Una delle primissime domande è sulle sue condizioni di salute. Evidentemente non vogliono sorprese. “Sempre sano, dalle malattie infantili in poi”, la risposta. Un allegato di sei cartelle, firmato da un dottor Pollak, smentisce in parte: “Di costituzione delicata… opacità all’apice del polmone destro, di probabile derivazione rachitica”. Su quali entrate può contare a parte l’eventuale stipendio?, la domanda 17. “Finora mi hanno mantenuto i miei genitori”. Implicito: potranno offrigli uno stipendio da fame. Lingue: tedesco e ceco, ma gli piacerebbe imparare l’italiano. Al formulario è allegato un protocollo a stampa con le rigidissime condizioni: disponibilità incondizionata, straordinari senza compenso, due settimane di vacanza ogni due anni, tre mesi di preavviso prima di poter dare le dimissioni.

Santi in paradiso, raccomandazioni per essere assunti. Stipendi lesinati che non consentirebbero di vivere se non ci fosse l’ aiuto della famiglia. Regolamenti di ferro, codicilli che paiono concepiti per non lasciare respiro o speranza. Suona familiare? Modernità impressionanti quelle dell’Austria-Ungheria di inizio del secolo scorso, sulla scia della Germania di Bismarck, quello che aveva inventato le pensioni. Incredibile: c’è stata un’epoca in cui la “Manchester dell’Europa”, la parte più vitale, prospera e civile, sognava il posto fisso, come il protagonista del film di Checco Zalone. E invece ora che l’Europa va a rotoli il posto fisso va esaurendosi, a vita rimane solo il precariato, e non è facile passare da un lavoro precario all’altro, neanche per i raccomandati.

Alle Assicurazioni Generali l’avvocato Kafka sarebbe rimasto dall’ottobre 1907 al luglio 1908. All’inizio era felice dell’assunzione. Sognava una carriera all’estero: uffici con finestre affacciate su “piantagioni di canna” o “cimiteri musulmani”, o di cavalcare “come un indiano” nelle praterie americane. Più tardi avrebbe persino redatto un regolamento utopistico, per kibbutz in Palestina. E invece restò per lo più confinato, un po’ come Gregor Samsa nella sua stanza. Dalle lettere di quel periodo emerge un quadro di mobbing, umiliazioni in ufficio, persino pensieri di suicidio, sia pure risolti in forma, come dire, “kafkiana”: “Se fossi capace di farlo, allora non avrei più bisogno di uccidermi”. Gia alla seconda settimana aveva cominciato a cercare un altro posto di lavoro. In gran segreto, per non avere “un’altra macchia sul curriculum”. Anche quello sarebbe stato un posto fisso. Vi sarebbe rimasto fino alle dimissioni per ragioni di salute nel 1922, alternando periodi di lavoro e di cure dal 1917 in poi, quando gli fu diagnosticata la tubercolosi. Lo trovò, grazie a un’altra raccomandazione eccellente, all’Istituto per le assicurazioni sul lavoro del regno di Boemia. Aveva doppio handicap: era ebreo tra i tedeschi e tedesco tra i cechi. Eppure avrebbe fatto carriera, ricoperto incarichi di responsabilità, durante la Grande guerra ne sarebbe divenuto Obersekretar, praticamente amministratore delegato, non un semplice impiegato, come il triestino Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, o Pessoa.

Kafka aveva parecchio da ridire sul lavoro d’ufficio. Nelle lettere alla fidanzata Felice Bauer lo definì un “orrore”. Lo riteneva incompatibile col lavoro creativo dello scrittore. Nel formulario per le Generali alla domanda sul servizio militare aveva risposto: “Esente per decreto”, cioè riformato. Ma poi arrivò a scriverle che voleva partire volontario in guerra, che preferiva farsi esplodere in prima linea, in trincea, piuttosto di farsi esplodere il cervello nella retrovie. Accolsero la sua domanda, ma la chiamata alle armi fu differita causa sua “indispensabilità sul fronte interno”.

C’è chi ha fatto notare che quel che scrisse deve al suo lavoro quanto e forse più di quanto il lavoro ha sottratto alla sua scrittura. Il primo pensiero del protagonista della Metamorfosi è come giustificherà la sua assenza dal lavoro e se la sua condizione di insetto gli dia diritto di usufruire dell’assicurazione malattia. L’angoscia del protagonista del Castello è che l’hanno assunto sì, ma nessun responsabile gli dice cosa deve fare. Comunque sia, Kafka metteva lo stesso impegno, meticolosità, pignoleria nel lavoro per il suo ufficio quanto nella scrittura. Forse è uno dei motivi per cui pubblicò così poco in vita (l’altra è che gli editori pensavano che non vendesse ) e non finì mai i suoi grandi romanzi. C’è chi ha osservato che l’unico grande romanzo che sia riuscito a completare sono le sue “Lettere a Felice”. Pietro Citati sostiene che si tratta «del più bel poema sulla posta che sia mai stato scritto». E la cosa più straordinaria è che la posta allora funzionava: bastava che lui da Praga scrivesse a Felice la sera del martedì e lei riceveva la lettera a Berlino alle dieci dell’indomani. Sulla posta faceva sogni e incubi, che poi raccontava. A noi sono rimasti gli incubi. Sulle mie esperienze con Poste italiane, se solo sapessi scrivere come Kafka, potrei fare racconti più angosciosi dei suoi.

Quando la malattia lo costrinse ad abbandonarlo, il lavoro gli mancò più di quanto lo avesse infastidito. Non lo licenziarono, non lo bollarono come esubero, non lo costrinsero in situazioni kafkiane, tipo quella di intere generazioni contemporanee per cui a cinquanta anni uno viene considerato troppo giovane per andare in pensione e troppo vecchio perché lo si prenda in considerazione per un nuovo lavoro. In attesa della guarigione gli versarono regolarmente la pensione. Gliela mandavano da Praga a Berlino. Non veniva decurtata alla fonte, ma da come le banche approfittavano a danno dei clienti dell’iperinflazione in Germania. Una rimessa trattenuta anche pochi giorni finiva per quasi azzerarsi. “I miei soldi preferisco perderli io, piuttosto che nella rimessa da una banca all’altra”, scrisse a casa furibondo.

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