Opinione della Settimana

Pensioni sul baratro dei tassi, i fondi rischiano di farsi male

Investimenti alternativi Imc

(di Mariano Mangia – Repubblica Affari & Finanza)

Finito l’effetto cuscinetto dei bond sovrani i gestori si ritrovano alle prese con numeri sempre più bassi. A livello dell’Unione si studiano soluzioni a lungo termine che puntino al sostegno di aziende e crescita

In un contesto di tassi a zero, listini azionari cari e crescita economica stentata, comincia a farsi difficile il compito di fondi pensione e di chi ha assunto l’impegno a erogare una rendita. Per la prima volta dall’inizio della crisi finanziaria, il totale degli attivi dei 300 maggiori fondi pensione a livello mondiale è diminuito, lo rivela l’indagine annuale Pensions e Investments di Willis Towers Watson. A calare maggiormente, del 5%, sono i fondi a prestazione definita, gli schemi pensionistici per lo più aziendali che garantiscono al lavoratore una pensione prefissata; i fondi a contribuzione definita, nei quali la prestazione dipende, invece, dall’ammontare dei contributi versati e dai risultati della gestione finanziaria, mostrano una contrazione superiore al 2%.

«La volatilità dei patrimoni gestiti in combinazione con passività sempre maggiori testimoniano quanto sia diventato difficile per i fondi pensione soddisfare le proprie mission», sottolineano gli esperti della società di consulenza. L’Ocse, dal canto suo, teme che la ricerca di rendimenti possa spingere i gestori verso investimenti troppo rischiosi e segnala anche il rischio che uno scenario di bassi tassi d’interesse, combinato con la maggiore aspettativa di vita, possa peggiorare il grado di solvibilità delle compagnie che erogano rendite e dei fondi a prestazione definita, con la possibilità concreta che questi intermediari si vedano costretti a ridurre le prestazioni promesse.

Ci sono già i primi segnali: i due maggiori fondi pensione olandesi, ad esempio, hanno recentemente segnalato che il loro «funding ratio», il rapporto tra gli attivi in cui è investito il fondo e il valore attuale delle passività (le pensioni da pagare), si è avvicinato pericolosamente alla soglia del 90% che fa scattare un taglio delle pensioni. E nel nostro paese? «I fondi pensione che offrono garanzie sul valore del capitale (quali i fondi a prestazione definita) — vulnerabili a variazioni dei prezzi degli attivi, al rischio di tasso e ai rischi demografici — rappresentano in Italia meno del 10 per cento del totale», si legge nell’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria di Banca d’Italia. Già, perché le diverse forme di previdenza complementare, ossia fondi pensioni negoziali, fondi pensione aperti e piani individuali pensionistici offerti dalle assicurazioni, sono tutte a contribuzione definita, per cui i rischi di una insufficiente contribuzione e/o di un andamento negativo dei mercati finanziari ricadono unicamente sul lavoratore.

È vero, c’è un forte peso dei comparti garantiti, li ha scelti il 42% degli aderenti, ma sinora i gestori hanno goduto del cuscinetto del maggior rendimento dei titoli di Stato italiani e, in ogni caso, il livello di rendimento garantito è rivedibile e si può sempre chiudere a nuove adesioni il comparto e lanciarne un nuovo, con costi e garanzie diverse. Certo, con il 54% del patrimonio complessivo delle forme pensionistiche cornplementari investito in titoli di Stato e un ulteriore 13% impiegato in altre tipologie di obbligazioni, non si possono poi attendere performance brillanti. Nei primi sei mesi del 2016, il rendimento medio dei fondi negoziali è stato pari all’1%, i fondi aperti hanno perso in media lo 0,4%, ma anche i Pip di tipo unit-linked, più sbilanciati sull’azionario, hanno registrato un -2,1%.

Eppure, proprio mentre appaiono sempre più evidenti gli effetti che i bassi tassi e un’elevata volatilità producono su rendimenti e impegni dei fondi pensione, si sta pensando di affidare una quota crescente delle future pensioni all’andamento dei mercati finanziari. I motivi? La Commissione Europea ci spiega che i sistemi pensionistici pubblici non sono più «sostenibili», si vive più a lungo, il rapporto tra lavoratori e pensionati è destinato a peggiorare, e i conti pubblici sono già sotto pressione; a fronte di pensioni pubbliche sempre più magre occorre versare di più nelle forme di previdenza integrativa, ovviamente private. Allo stesso tempo, per rendere meno dipendenti dal credito bancario le piccole e medie imprese, è necessario favorire il ricorso al finanziamento diretto, l’emissione di azioni e obbligazioni.

Il cerchio si chiude creando un legame «virtuoso» tra risparmi e crescita economica. L’Unione dei Mercati dei Capitali è il progetto della Commissione per mobilitare i capitali e convogliarli verso le imprese, anche di piccole dimensioni, e le infrastrutture. Quanto ai risparmi, «gli strumend pensionistici, in generale, e i piani pensionistici individuali, in particolare, svolgono un ruolo centrale nei mercati dei capitali, in quanto mettono in relazione i risparmiatori a lungo termine e le opportunità di investimento a lungo termine» e per questo motivo si stanno studiando nuovi prodotti previdenziali, come il PEPP, un piano pensionistico individuale pan-europeo, standardizzato. Questo lodevole intento di supportare l’economia reale richiederebbe uno sforzo ulteriore, ovvero una fiscalità che premi l’investimento di lungo periodo, unico antidoto allo «short termism», l’approccio prevalente dei gestori che consiste nel comprare con l’intento di vendere, nel breve termine, a un prezzo più elevato, un approccio che moltiplica gli scambi, amplifica le oscillazioni dei mercad e nulla porta all’economia reale.

In ogni caso queste «opportunità di investimento» esporranno i risparmi destinati a integrare la pensione ai movimenti dei tassi d’interesse, all’inflazione, al ciclo degli utili aziendali, senza alcuna protezione. A pensare che nel nostro paese il diritto di prevedere e assicurare ai lavoratori «mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in vecchiaia» è sancito dalla Costituzione, che stabilisce anche che a questo compito debbano provvedere «organi e istituti predisposti o integrati dallo Stato». Di mercati finanziari e di investimenti, come si vede, non c’è traccia.

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