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Consob, rapporto 2016 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane – I Parte

Risparmio - Famiglie ImcConsob ha pubblicato un paio di settimane fa il Rapporto 2016 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, nel quale vengono fornite evidenze in merito alle scelte di portafoglio degli investitori retail alla luce dei relativi modelli decisionali, livello di conoscenze finanziarie e attitudini comportamentali. In questo primo articolo prenderemo in esame le parti del Rapporto relative alla ricchezza e risparmio delle famiglie nell’area Euro, alle conoscenze finanziarie, ai tratti comportamentali ed al processo decisionale in materia di scelte finanziarie. Il Report 2016 è stato curato da Nadia Linciano (coordinatrice), Monica Gentile e Paola Soccorso della Divisione Studi, Ufficio Studi Economici Consob.

Ricchezza e risparmio delle famiglie nell’area Euro

Negli ultimi anni la ricchezza netta delle famiglie dell’Eurozona è aumentata (+3,2% nel 2015), mentre è rimasta sostanzialmente invariata in Italia (+0,4% circa nel 2015), dove l’aumento delle attività finanziarie (+5,2%) è stato controbilanciato dalla riduzione delle attività reali. Nell’area euro, il rafforzamento della situazione economica delle famiglie (testimoniato a partire dal 2013 dalla ripresa dell’occupazione e dall’aumento del reddito disponibile) è andato di pari passo con il costante miglioramento del sentiment degli operatori e il graduale ritorno del tasso di risparmio sui livelli pre-crisi (13%). In Italia, pur mostrando un andamento analogo a quello dell’Eurozona, il tasso di risparmio resta molto al di sotto dei valori di lungo periodo, segnando un divario crescente rispetto alla media europea (rispettivamente, circa il 10% e il 13% a fine 2015).

Una maggiore percezione del rischio e un minore interesse per gli investimenti finanziari continuano a orientare le preferenze delle famiglie verso prodotti liquidi (circolante e depositi), prodotti assicurativi e fondi pensione, a fronte di una contrazione del peso di azioni e obbligazioni. Un andamento simile si registra anche in Italia, dove i fondi comuni hanno tuttavia sperimentato un netto recupero. Per quanto riguarda le passività finanziarie, nell’Eurozona la posizione delle famiglie è rimasta solida, come emerge anche dalla leggera diminuzione, a partire dal 2013, dell’incidenza del debito sia sulle attività finanziarie sia sul Pil (rispettivamente, 32% e 61% a fine 2015). I dati per l’Italia rimangono stabilmente inferiori alla media dell’area Euro (attestandosi, rispettivamente, a 23% e 43% nel 2015), malgrado il differenziale si sia ridotto nel corso degli ultimi anni. I prestiti bancari alle famiglie, dopo la significativa contrazione negli anni precedenti, mostrano graduali segnali di ripresa a partire dalla fine del 2014, grazie al contributo positivo sia dell’offerta sia della domanda e alla costante diminuzione dei tassi sui prestiti bancari.

Conoscenze finanziarie e tratti comportamentali

Il Rapporto 2016 conferma il basso livello di conoscenze finanziarie delle famiglie italiane. Poco più del 40% degli intervistati è in grado di definire correttamente alcune nozioni di base, quali inflazione e rapporto fra rischio e rendimento; concetti più sofisticati riguardanti le caratteristiche dei prodotti più diffusi registrano percentuali anche decisamente inferiori (fino all’11%). Il livello di conoscenze finanziarie, omogeneo tra generi, è più elevato per i soggetti più istruiti e i residenti in Italia settentrionale. Più del 20% degli intervistati dichiara di non avere familiarità con alcuno strumento finanziario (il dato scende all’8% per il sotto-campione degli investitori), mentre il restante 80% indica più frequentemente i titoli del debito pubblico e le obbligazioni bancarie, seguiti da azioni quotate e fondi azionari.

La ridotta alfabetizzazione finanziaria incide sensibilmente sulla comprensione dell’andamento dei mercati e di nuovi fenomeni congiunturali. Con riguardo, ad esempio, ai titoli di Stato dell’Eurozona connotati da rendimenti negativi, la stragrande maggioranza degli intervistati non è in grado di esprimere un’opinione (40%), ovvero considera questi strumenti troppo rischiosi (38%); soltanto il 23% del campione si mostra in grado di comprendere il fenomeno ponendolo in relazione con il trade-off rischio-rendimento.

Oltre allo scarso livello di conoscenze finanziarie, evidenziano i curatori del rapporto, le scelte degli individui possono essere influenzate anche da una percezione distorta delle proprie competenze (overconfidence).

Circa l’85% degli intervistati si attribuisce capacità almeno nella media con riferimento alle decisioni di risparmio, amministrazione del bilancio familiare e controllo delle spese inutili (mentre si reputano sopra la media rispettivamente il 28%, 30% e 38% dei decisori finanziari); il dato scende a 69% e 61% rispettivamente con riguardo alla capacità di comprendere prodotti finanziari di base e di compiere scelte di investimento corrette (valutate sopra la media dal 21% e dal 13% del campione). La propensione a ritenere le proprie capacità superiori alla media è significativamente maggiore fra gli investitori rispetto ai non investitori; mostra una certa variabilità per genere e ambiti decisionali (in particolare, le donne si valutano in maniera molto positiva rispetto al controllo delle spese più frequentemente degli uomini, ma mostrano l’attitudine opposta rispetto alle scelte di investimento) e sembra essere correlata a età e ricchezza finanziaria.

Secondo i curatori del rapporto, il concetto di diversificazione dovrebbe far parte del bagaglio conoscitivo anche degli investitori meno esperti. Le evidenze raccolte rivelano tuttavia che solo il 6% degli intervistati conosce le implicazioni di una corretta diversificazione delle attività finanziarie, mentre il 52% o ne coglie solo un aspetto, dichiarandosi disposto a investire in numerosi titoli a basso rischio (erronea diversificazione), o non comprende il trade-off fra rischio e rendimento, dichiarandosi disposto a investire soltanto in prodotti a basso rischio e alto rendimento.

Gli altri intervistati segnalano l’attitudine verso alcuni bias comportamentali, quali: il cosiddetto small-portfolio bias (ossia la tendenza a investire una piccola somma di denaro in una sola attività finanziaria, riferibile al 20% del campione); l’overconfidence in private information (ad esempio, la propensione a comprare solo titoli che si conoscono molto bene, evidenziando una possibile sopravalutazione della propria capacità di accedere a informazioni ‘importanti’; 18%); l’information overload (ossia la disponibilità a investire in pochi titoli poiché non si è in grado di elaborare troppe informazioni, riferita dal 10% degli intervistati. Le diverse declinazioni di scorretta diversificazione si ritrovano più spesso tra i meno istruiti e i meno benestanti mentre, con riguardo alle differenze di genere, gli uomini sembrano più inclini all’overconfidence in private information e le donne propendono più di frequente verso la erroneous diversification. Emerge, infine, che le conoscenze finanziarie non mettono totalmente al riparo da errori, poiché gli individui con un livello di istruzione elevato più frequentemente degli altri sembrano esposti alla cosiddetta erronea diversificazione ovvero rivelano la non comprensione della relazione rischio-rendimento.

Un ulteriore fattore che secondo i curatori del rapporto può incidere sulla qualità delle scelte finanziarie è l’attitudine verso la cosiddetta contabilità mentale, ossia la tendenza a suddividere il denaro disponibile in una serie di conti separati secondo criteri soggettivi, quali per esempio la fonte e lo scopo delle disponibilità allocate a uno specifico conto. Dai dati per il 2016 si evince che solo il 6% degli intervistati è orientato ad applicare un approccio di portafoglio alle scelte di investimento, mentre il 23% dei decisori finanziari appare propenso a scegliere secondo un sistema di conti mentali (soprattutto i più anziani, i più istruiti e i più abbienti).

Le scelte di investimento sono orientate anche dalla dimensione di rischio finanziario percepita come più rilevante. La metà circa degli italiani identifica il rischio con la possibilità di subire perdite in conto capitale; il 25% con la variabilità dei rendimenti; il 20% con la possibilità di conseguire rendimenti inferiori a quelli attesi e con l’esposizione alla congiuntura dei mercati. La percezione del rischio sembra essere correlata alla cultura finanziaria: i soggetti con minori conoscenze finanziarie tendono a dare enfasi al rischio di non comprendere le informazioni ricevute e di ricevere un’insufficiente tutela legale, mentre le persone più esperte sono più spesso sensibili ai trend di mercato e al rischio di liquidità.

Il processo decisionale in materia di scelte finanziarie

Scelte finanziarie adeguate presuppongono una opportuna gestione di consumi e risparmi e, in particolare nell’ambito delle decisioni di investimento, la corretta individuazione di obiettivi, orizzonte temporale, aspettative di guadagno, capacità finanziaria di sostenere eventuali perdite e propensione al rischio.

Il controllo e le modalità di monitoraggio delle spese, sottolineano i curatori del rapporto, sono un aspetto importante della capacità di gestire i consumi. Le evidenze raccolte per il 2016 mostrano che l’abitudine a tenere traccia scritta delle spese, identificabile con il comportamento più virtuoso, è riconducibile solo al 30% degli intervistati; il restante 70% si affida alla memoria, monitora in modo approssimativo o non sa indicare. Mentre non emergono eterogeneità significative in funzione di età, livello di istruzione e classi di ricchezza, il controllo delle spese è più sistematico tra gli investitori rispetto ai non investitori. L’abitudine a risparmiare in modo regolare (segnalata dal 60% dell’intero campione) viene dichiarata dal 71% degli investitori contro il 53% dei non investitori che più spesso hanno difficoltà a ‘far quadrare il bilancio’ (rispettivamente, 32% e 13%). La propensione a risparmiare è maggiore per gli intervistati di età compresa tra i 35 e i 44 anni e superiore ai 65 anni, in possesso di un diploma di laurea e più abbienti.

Gran parte degli investitori, infine, non ha piena consapevolezza dei fattori da ponderare prima di investire: in particolare, l’orizzonte temporale viene preso in considerazione solo dal 24% degli intervistati, gli obiettivi dal 18%, le aspettative di guadagno e la capacità economica di assumere rischi dal 15% circa, mentre poco meno del 39% dichiara di non avere nessuna particolare attitudine al processo decisionale di investimento. Comportamenti più consapevoli si accompagnano più di frequente a maggiori conoscenze finanziarie, soprattutto nell’ambito delle decisioni di investimento.

Intermedia Channel


Rapporto 2016 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane

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