Opinione della Settimana

Assicurazioni, la compagnia non risponde se l’agente froda il cliente

Sentenza - Giurisprudenza Imc

(di Andrea Alberto Moramarco – Quotidiano del Diritto)

Chi stipula presso la propria abitazione una falsa polizza sulla vita, senza verificare i poteri rappresentativi dell’agente e versando l’assegno direttamente a quest’ultimo, una volta scoperta la truffa non può chiedere il risarcimento dei danni alla compagnia assicurativa, invocando il principio dell’affidamento e facendo valere una incolpevole aspettativa di fronte all’apparenza del diritto. In tal caso, infatti, la sua condotta è da considerarsi colpevole e non rispondente al principio di autoresponsabilità. Questo è quanto emerge dalla sentenza 1610/2016 del Tribunale di Padova.

Il caso – Protagonista della vicenda è una signora che aveva stipulato con il suo agente assicurativo una polizza sulla vita della durata di sei anni, che prevedeva il rimborso del capitale prefissato comprensivo di bonus ed un tasso annuo di riferimento molto vantaggioso. Alla scadenza della polizza, tuttavia, la signora si rendeva conto di essere stata truffata dall’agente e citava in giudizio quest’ultimo e la compagnia assicuratrice per ottenere il rimborso delle somme investite. In particolare, era emerso che l’agente assicurativo assieme ad altri colleghi aveva utilizzato impropriamente il nome della compagnia per raggirare alcuni clienti e farsi consegnare somme di denaro senza mai attivare presso l’assicurazione le polizze stipulate. Nella fattispecie, l’agente in questione aveva convinto la donna a stipulare il contratto presso la propria abitazione, senza alcun questionario anamnestico, con assegni non intestati alla controparte contrattuale e versati allo stesso agente anziché alla compagnia.

La decisione – Il Tribunale analizza la posizione della società di assicurazioni, che aveva espressamente e formalmente disconosciuto il contratto, ed esclude ogni suo tipo di coinvolgimento e di responsabilità, sia contrattuale che extracontrattuale.

Quanto alla prima, invocata dalla signora in virtù dell’applicazione dei principi dell’apparenza e dell’affidamento, per il giudice ciò che rileva è la condotta della stessa attrice, la quale ha colpevolmente confidato nella piena legittimazione dell’agente alla stipula del contratto di assicurazione sulla vita senza verificare i poteri rappresentativi dell’agente, senza sottoscrivere il questionario anamnestico e pagando con assegno direttamente intestato allo stesso agente. E sono proprio le modalità di pagamento, palesemente contrarie alle norme in materia, che escludono «la possibilità di un controllo da parte dell’assicurazione».

Quanto alla responsabilità aquiliana, invocata dalla signora ex articolo 2049 del codice civile per il fatto illecito dell’agente, per il giudice la responsabilità della compagnia assicurativa per l’ipotesi di condotta illecita dell’agente infedele è astrattamente possibile qualora «il comportamento illecito sia stato agevolato o reso possibile dalle incombenze a lui demandate» e se la stessa società «aveva la possibilità di esercitare poteri di direttiva e vigilanza». Nella fattispecie, tuttavia, le particolari circostanze che hanno portato alla stipulazione della polizza inducono a dubitare dell’esistenza «delle condizioni per poter legittimamente invocare l’applicazione della norma dell’art. 2049 c.c.». Invero, «l’anomalia dei rapporti tra l’agente e l’attrice in ragione dell’asserito pagamento di una ingente somma di denaro con assegno non intestato alla compagnia» esclude la responsabilità della società e mette in evidenza come la condotta dell’attrice non sia stata «rispondente al principio di autoresponsabilità, principio che deve governare i rapporti tra le parti e che giustifica la tutela dell’affidamento incolpevole».

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