Opinione della Settimana

Generali, la squadra del «rugbista» Donnet

Philippe Donnet (5) Imc

L’ingresso di de Courtois, l’allargamento del comitato di direzione internazionale, le conference dei capi Paese. «Con i tassi a zero la differenza la fa l’esecuzione, quindi il team»: ecco le prime mosse del nuovo ceo group della compagnia

«Fondamentale è fare squadra». Si è presentato così alla comunità finanziaria Philippe Donnet (nella foto) pochi giorni dopo essere stato nominato, il 17 marzo, group ceo di Generali. E chi lo conosce ha capito che non è stata una frase detta a caso. Fare squadra è priorità assoluta e regola morale nel rugby, classico sport dell’élite francese, che lui ha praticato per anni sempre nel ruolo di «pilone» (anche in Italia nel Cus Milano) cioè in quella prima linea che fa il lavoro duro e prepara il terreno a chi poi fa i punti. Sono trascorsi sette mesi da quando Donnet ha esibito quel biglietto da visita, facendo riferimento e guardando negli occhi Alberto Minali, che il consiglio di amministrazione nello stesso giorno ha nominato direttore generale con alcune deleghe specifiche. E in effetti il group ceo del Leone ha fatto in questa direzione mosse significative, alcune in continuità con gli assetti precedenti, ma introducendo novità e figure di rilievo che delineano l’impronta del nuovo capo azienda francese, primo vero caso di cambio della guardia cross-border (Antoine Bernheim era presidente, seppur operativo) nella grande finanza italiana (seguirà a breve in Unicredit Jean Pierre Mustier). La costruzione del team che guiderà un gruppo multinazionale come Generali è del resto considerabile alla stregua di un passo preliminare, indispensabile. Sono lontani ormai i tempi in cui una banca o una compagnia di assicurazioni potevano quasi identificarsi con il suo condottiero, come nel caso di Enrico Cuccia e Mediobanca o Claude Bébéar, fondatore di Axa e maestro dello stesso Donnet, cresciuto professionalmente proprio nel colosso francese. La governance è diventata un asset che può contribuire in modo determinante ai risultati di una società, soprattutto quando le condizioni di mercato sono complesse, come l’attuale con tassi-zero, mercati a volatilità super ed economia frenata.

La strategia

Cosa fa dunque Donnet, che ha imparato a conoscere bene una simile situazione quando per Axa è stato numero uno in Giappone e ceo Asia Pacific e sa che bisogna raccogliere le forze perché le soluzioni richiedono velocità, condivisione e lavoro in team? In maggio costituisce una nuova funzione, denominata Global business lines and international, che affida a Frédéric de Courtois: «strappato» dalla guida di Axa Italia il manager, francese come Donnet e che come lui ha avuto una importante esperienza professionale in Giappone e conosce bene il nostro Paese, è arrivato a Trieste il 10 settembre. De Courtois ha un perimetro di responsabilità che comprende le aree America, Asia ed Emea — la parte europea e mediterranea che non include i due mercati più grandi dopo l’Italia, Germania e Francia, e l’Est Europa — e l’attività assicurativa di portata internazionale per i rischi aziendali (con anche Europ assistance).

Il passo è particolarmente indicativo della rotta che il nuovo amministratore delegato vuole seguire anche perché si muove sullo stesso binario dell’allargamento del Gmc, General management committee, cioè il comitato di direzione del gruppo, costituito dai nove top manager e che si riunisce due volte al mese per definire le priorità strategiche. Con de Courtois entrano dunque Luciano Cirinà, responsabile per l’Est Europa, e Valter Trevisani (chief insurance officer da maggio 2016). In questo modo nel Gmc sono presenti le funzioni chiave e tutti i responsabili dei country. Inoltre, sempre nella direzione del team management e di un allineamento sulle strategie del gruppo, è stata costituita la ceo community, con i 60 amministratori delegati che guidano i Paesi nei quali opera il Leone che si incontrano due volte l’anno nelle conference e hanno frequenti contatti diretti.

L’articolazione

Per capire però come si articoli la squadra di Donnet va anche sottolineato che il consiglio ha affidato a Minali la responsabilità diretta su una serie di funzioni core: finanza (che aveva già, è anche chief financial officer), strategia, It, assicurazione e riassicurazione, marketing, operations. La linea di comando è stata dunque resa più agile con la riduzione dei rapporti diretti a Donnet da 22 a 15, compreso il «riporto» di Minali. Chi guida dunque oggi il mondo del Leone con Donnet e Minali? In primo luogo i responsabili dei Paesi, fra i quali lo stesso group ceo che ha conservato la carica di country manager per l’Italia: un pool che comprende de Courtois (Emea, Asia e America e grandi aziende valgono il 21% dei premi totali del Leone, pari a circa 75 miliardi), Marco Sesana, nominato amministratore delegato di Generali Italia (il primo mercato con il 35% dei premi) nel maggio di quest’anno, Giovanni Liverani (Germania, secondo mercato con il 24%), Eric Lombard (Francia, terzo con il 15%), Cirinà (Europa centrale e dell’Est, 5%). Completano poi la squadra Nikhil Srinivasan, responsabile degli investimenti (il portafoglio di asset under management è pari a 528 miliardi), Isabelle Conner, a capo del marketing, Monica Alessandra Possa (responsabile risorse umane e organizzazione), Trevisani, Bruce Hodges (information & digital), Gian Paolo Meloncelli, che guida fra l’altro il team del business & transformation accelerator che ha appunto il compito di spingere i processi di trasformazione del gruppo. Qualche ingresso e promozione di peso, riorganizzazione degli assetti manageriali con il potenziamento del comitato di direzione del gruppo e la costituzione di una community dei ceo: queste sono finora le scelte di Donnet che, da appassionato di rugby, punta sulla squadra sottolineando che oggi con i tassi a zero la differenza la fa l’esecuzione: il team e la sua coesione possono rappresentare un determinante fattore di competitività laddove le scelte strategiche fondamentali dei maggiori concorrenti hanno forti punti di convergenza. Perché il fattor comune è un mercato che si presenta (e si prevede) come un percorso a ostacoli.

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