Opinione della Settimana

In 5 anni quasi 4 miliardi sulle small cap grazie ai Pir

Salvadanaio - Risparmio Imc(di Lucilla Incorvati – Plus24)

L’analisi sulla ricchezza delle famiglie segnala che nel 2017 due miliardi potrebbero già confluire sui Piani di Risparmio

C’è fermento nel mondo delle small cap italiane, un universo molto eterogeneo che, tradizionalmente trascurato dagli investitori, potrebbero tornare sotto i riflettori grazie alle misure per la crescita varate dal Governo tra cui spiccano l’avvio dei Pir (Piani individuali di Risparmio) e le agevolazioni fiscali previste per fondi pensione e Casse di previdenza che investono sul comparto. Un settore, quello delle small cap, che in Borsa sta dando buone soddisfazioni. In Usa, l’indice Russell 2000 nell’ultimo anno ha messo a segno un +10,47% contro un +5,48% di S&P e un +7,4% di DJ. In Italia nell’ultimo anno il Ftse Italia Star ha messo a segno un -1% contro un -26,4% del Ftse Mib e un -25% del Ftse All Share.

Le 213 small cap quotate sui mercati di Borsa Italiana rappresentano il 67% dell’intero listino con una capitalizzazione di 19,2 miliardi (19 settori e 52,6 miliardi di fatturato aggregato con una crescita media dei ricavi del 10%). Le small cap hanno raccolto oltre 22,5 miliardi di euro sui mercati di Borsa Italiana tramite Ipo e aumenti di capitali. Negli ultimi due anni con la quotazione di 40 small cap (28 su Aim Italia, dedicato alle società con alto potenziale di crescita) abbiamo assistito a un certo movimento. Ma poi, terminato l’exploit, molti titoli vengono dimenticati o spesso sono caratterizzati da scambi risibili. La piccola size e soprattutto l’esiguità degli scambi soprattutto sulle più piccole, tengono lontano gli investitori istituzionali, in particolare quelli italiani presenti in minima parte su questi titoli. «L’iniziativa del Governo è ampia e significativa ma soprattutto punta ad attrarre in modo chiaro e marcato investitori domestici sull’economia reale, quello di cui realmente le aziende hanno necessità – spiega Barbara Lunghi, responsabile primary markets di Borsa Italiana –. La misura ci sembra forte. Quindi è auspicabile che possa avere un effetto positivo anche sulle pmi quotate e quotande. Ritengo che questo potenziale nuovo flusso di capitale non possa che favorire quell’avvicinamento maggiore delle imprese al mercato dei capitali».

Secondo le stime del Governo, i Pir già dal primo anno potrebbero attrarre 2 miliardi di euro e parte di questi andare proprio sulle smallcap. Così come è scritta la disciplina sui Pir per molti è equilibrata sotto il profilo della liquidità e diversificazione degli investimenti. Assogestioni l’ha accolta positivamente e molti asset manager si stanno attrezzando per creare prodotti di buona qualità. «Stimiamo, attenendoci alle previsioni sulla ricchezza delle famiglie italiane – spiega Francesco Perilli, ad di Equita che dopo cinque anni alle medium e small cap italiane possano arrivare investimenti vicini ai 4 miliardi di euro. Ma oltre al canalizzare il risparmio italiano verso le imprese italiane, il successo dei Pir consentirebbe di sviluppare il settore del risparmio gestito domestico e soprattutto educare i risparmiatori a diversificare i loro investimenti e traghettarle al medio termine».

Ma c’è una minaccia che può far venir meno questo risultato. C’è una proposta di emendamento attualmente in discussione in Senato che prevederebbe di rendere obbligatorio per i Pir un investimento percentuale significativo in titoli emessi da Pmi secondo la definizione Ue, ovvero verso quelle micro imprese che hanno un fatturato sotto i 50 milioni. «È un emendamento pericoloso che rischia di rendere i Pir completamente inefficaci – commenta Perilli – perché queste Pmi sono normalmente troppo piccole per emettere strumenti quotati azionari o obbligazionari e raramente dovrebbero dunque essere oggetto di investimento da parte dei risparmiatori. Non credo si debba esporre i risparmiatori obbligatoriamente a tale rischio. È presumibile ed auspicabile che i gestori siano liberi di investire nelle pmi di qualità. Quindi, ovviamente, indipendente dal segmento di quotazione in cui si trovino o se quotate o meno».

Ci sono poi altre due considerazioni da non trascurare: queste micro aziende sono prevalentemente finanziate in tutti i Paesi dal credito bancario. Per questo sono state approvate di recente le modifiche che alleggeriscono l’assorbimento di capitale per le banche che prestano alle Pmi. Imporre ai risparmiatori di sostituirsi in parte al sistema bancario è pericoloso e profondamente sbagliato, secondo molti. Senza trascurare che i loro titoli potrebbero essere molto illiquidi. Di conseguenza i risparmiatori sarebbero esposti non solo al rischio intrinseco di tali società, ma anche al rischio illiquidità. Un rischio, questo, che renderebbe il prodotto Pir estremamente difficile da vendere per tutti i gestori, oggi sempre più chiamati a rispondere, anche dalla normativa in itinere (Mifid2), del rischio a cui espongono i loro clienti.

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