Opinione della Settimana

Pensioni, la busta non basta

Busta Arancione (3) Imc(di Paola Valentini – Milano Finanza)

Finora 2 milioni di lavoratori hanno fatto 8,3 milioni di simulazioni sul sito Inps, per un totale di 4 proiezioni a testa. E le lettere arancioni inviate sono in totale 2 milioni. Ma ora occorre attivarsi di più con i fondi per integrare l’assegno pubblico

Fine anno, tempo di bilanci, anche per la busta arancione. L’obiettivo dell’Inps era spedire a casa dei lavoratori italiani 7 milioni di lettere con la simulazione della pensione attesa a fine carriera e l’anno di previsto pensionamento. Lo scorso marzo, quando l’istituto di previdenza presieduto da Tito Boeri aveva lanciato l’operazione-trasparenza, era stato annunciato che da inizio maggio avrebbe iniziato a inviare agli iscritti le buste arancioni al ritmo di 150 mila al giorno per arrivare a coprire una platea di 7 milioni di persone, a partire dai dipendenti del settore privato. Ma ha comunicato che le buste inviate fino al 17 novembre scorso l’Inps erano circa 2 milioni. «Le gestioni attualmente interessate sono quelle del fondo pensioni lavoratori dipendenti, che comprende anche i lavoratori domestici e le gestioni speciali dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, coloni e mezzadri, gestione separata, ndr)», ha spiegato Inps. Sui dipendenti pubblici il servizio elettronico è ancora in fase d’apertura, pertanto nessuna busta è partita. «Stiamo gradualmente aprendo il servizio anche ai dipendenti pubblici; nei prossimi mesi infatti potranno iniziare ad accedere circa 100 mila persone», fa sapere l’Inps. Si tratta dell’omologo online della busta arancione, il software di simulazione operativo già da maggio 2015 sul sito Inps e battezzato «La Mia Pensione».

Dai dati dell’istituto risulta che dall’avvio al 17 novembre scorso sono state effettuate 8,3 milioni di simulazioni online da parte di 2,2 milioni di utenti, quindi quasi 4 a testa. E ancora una volta le generazioni più avanti con l’età, oltre a poter contare sulla possibilità di lasciare prima il lavoro con l’Ape (l’Anticipo pensionistico), non hanno avuto sorprese eclatanti dalla busta arancione e dalle proiezioni di «La Mia Pensione», se non altro perché il loro assegno è calcolato in buona parte con il più generoso e prevedibile metodo retributivo (con cui l’assegno pubblico era determinato considerando gli ultimi stipendi prima della pensione), che soltanto dal 2012 è stato sostituito per tutti dal contributivo. Fino a quell’anno il retributivo è rimasto in vigore in forma integrale per chi a fine 1995 vantava più di 18 anni di contributi e in forma pro-quota per chi a quella data ne aveva meno di 18.

Per gli assunti dal 1996 in poi, invece, il metodo è totalmente contributivo ed è quindi legato ai versamenti effettuati, ovvero alla costanza del rapporto di lavoro; quindi carriere intermittenti e ingresso tardivo nel mondo del lavoro, come accade purtroppo oggi in Italia, producono pensioni basse. Non a caso i dati delle simulazioni si sono rivelati una doccia fredda soprattutto i più giovani.

Di qui la necessità di attivare integrazioni pensionistiche. Oggi, in base ai Covip, gli iscritti alla previdenza complementare, pur se in progressivo aumento, sono solamente poco più di un terzo dell’intera platea di riferimento, circa 7,6 milioni, con una crescita dall’inizio dell’anno del +5,3% al netto delle uscite. Nei fondi negoziali l’incremento è stato di 147 mila iscritti (+6,1%), portando il totale a fine settembre a 2,56 milioni. La maggior parte delle nuove adesioni nei primi tre trimestri dell’anno per i negoziali è dovuta al meccanismo di adesione automatico ai fondi dei lavoratori del settore edile. Rispetto all’inizio dell’anno gli iscritti sono aumentati di 70 mila unità nei fondi aperti (6,1%) e di 167 mila nei pip nuovi (6,5%), arrivando rispettivamente a 1,22 e 2,76 milioni. E i dati della busta arancione potrebbero convincere i lavoratori scoperti ad avviare un fondo pensione perché mostrano l’importo previsto mensile lordo della pensione (ai prezzi attuali), la possibile data di pensionamento e il tasso di sostituzione (rapporto tra il primo assegno pensionistico e ultimo stipendio stimato). In questo senso il documento rappresenta un utile strumento di educazione finanziaria, peraltro molto atteso perché questa operazione avrebbe dovuto essere fatta 20 anni fa, quando con la legge Dini sulle pensioni si passò dal sistema retributivo a quello contributivo. Ma poi l’operazione busta arancione (dal nome della missiva che il governo svedese spedisce ai cittadini, appunto di tale colore) è rimasta nel cassetto, fino all’arrivo di Boeri alla presidenza Inps.

Pur con tutti i limiti di queste stime, il simulatore online «La Mia Pensione» e la busta arancione sono due importanti passi in avanti verso una maggiore consapevolezza da parte di milioni di contribuenti dei passi necessari per costruirsi una vecchiaia il più possibile serena. Ma non basta, perché, afferma l’Inps, secondo il Desi (Digital Economy and Society Index) l’Italia è all’ultimo posto tra i Paesi Ue nell’uso di internet. E la busta arancione a casa permetterà quindi di raggiungere chi non è digitalizzato. Tra questi molti giovani che hanno particolare bisogno di pianificare a lungo termine. La busta contiene, oltre alla simulazione, l’estratto conto contributivo, in modo da permettere ai lavoratori di verificare la correttezza dei dati storici, e l’invito a richiedere lo Spid (il sistema pubblico di identità digitale per accedere a tutti i servizi online della pubblica amministrazione) e ad andare online sul sito di «La Mia Pensione» per usufruire di tutte le funzionalità aggiuntive offerte dal servizio online di simulazione della pensione.

Con il sistema di calcolo contributivo delle pensioni, infatti, l’importo dell’assegno pubblico scaturisce dai contributi versati nell’arco della vita lavorativa; più si versa, più si avrà. Ma un’incognita è rappresentata dal fatto che il montante così accumulato viene rivalutato ogni anno in base all’andamento quinquennale del pil. Che è in frenata. La media degli ultimi dieci incrementi quinquennali è stata 0,2%, degli ultimi 20 lo 0,9%, perché l’economia italiana da anni cresce poco. E un Paese che cresce poco può garantire solo pensioni magre. È proprio la variazione del pil l’incognita delle simulazioni.

Infatti «La Mia Pensione» ipotizza un aumento annuo del pil dell’1,5%, con la possibilità di scendere all’1% ma non più in basso. È anche possibile variare l’importo della crescita annua della retribuzione: anche in questo caso l’ipotesi di base prevede l’1,5%, ma si può scendere fino allo 0 o salire fino al 5%. Mentre le buste arancioni cartacee si basano sui dati base di pil e carriera all’1,5%. A questo proposito Boeri spiegato che «noi ci allineiamo alle previsioni della Ragioneria Generale dello Stato, che peraltro sono concordate a livello europeo, quindi lo scenario di riferimento di base sulla crescita di lungo periodo è quello». Resta il fatto che in una fase in cui l’economia del Paese non è cresciuta a questi ritmi, anche per i prossimi anni il rischio che non possa raggiungere questo obiettivo non sono da sottovalutare.

Dai calcoli emerge che è ampia la forchetta di risultati a cui può portare l’utilizzo di un dato piuttosto che un altro, all’interno della banda di oscillazione di pil e retribuzione. Per farlo capire la società di consulenza finanziaria indipendente Progetica ha stimato per Milano Finanza (si veda grafico qui sotto) l’importo della pensione in base alle ipotesi standard su cui sono costruiti la busta arancione e il servizio online: quindi con pil e crescita dello stipendio all’1,5% (stima default). Accanto a queste proiezioni ne sono state elaborate altre due considerando le ipotesi agli estremi opposti. La prima (stima minima) si basa su un pil a +1% e una crescita della retribuzione pari a zero, la seconda (stima massima) prevede un pil a +1,5% e una retribuzione in crescita del 5%. Progetica ha considerato sei casi: 30-40-50enni dipendenti e autonomi, con redditi netti mensili di rispettivamente di mille, 2 mila e 3 mila euro. Evidenziate in giallo sono dunque le previsioni di default che un lavoratore può trovare sul servizio web «La Mia Pensione» o che riceverà via lettera. «Per i trentenni e quarantenni le stime di default sono due perché l’Inps per chi è in regime contributivo mostra entrambi i requisiti di vecchiaia e di pensione anticipata, qualora applicabili. Per i cinquantenni invece viene mostrato solo il primo requisito applicabile», afferma Andrea Carbone di Progetica.

busta-arancione-milano-finanza-24-12-2016-imc

«Le elaborazioni mostrano quanto alcuni parametri, come la crescita del pil e della carriera, possano modificare sensibilmente l’importo dell’assegno pensionistico; ecco perché è importante dotarsi di pin o spid, entrare nello strumento web La Mia Pensione ed effettuare alcune simulazioni personalizzate, magari con l’aiuto di un educatore o consulente previdenziale. Da ripetere e controllare nel tempo».

Nel frattempo aumenta negli italiani la consapevolezza che la gestione del benessere economico in età avanzata è sempre di più nelle mani dei singoli individui, date le crescenti difficoltà del sistema previdenziale statale, messo a dura prova dall’allungamento della vita media. Dai dati dello Schroders Global Investor Study 2016, rilevazione che quest’anno ha coinvolto un campione di 20 mila investitori in 28 Paesi, di cui 1.000 in Italia, emerge che le persone devono organizzare al meglio un periodo di durata significativa, dato che mediamente la speranza di vita post-pensionamento viene indicata in 19,2 anni. «Oltre ad andare in pensione in età più avanzata, tra 67 e 71 anni, si va con una copertura molto più bassa: se un dipendente in media potrà contare su una pensione pari al 50-60% dell’ultimo stipendio, per un autonomo questa percentuale scende al 35-45%», avverte Luca Tenani, country head Italy Asset Management di Schroders. L’Italia, dopo le ultime riforme che hanno spostato in avanti l’età della pensione, è messa meglio di altri Paesi, ma deve fare ancora molti passi in avanti sulla previdenza complementare. Secondo il Pensions Outlook 2016 dell’Ocse la spesa pensionistica pubblica italiana ha pesato sul pil il doppio rispetto alla media Ocse (16% contro 8,4%) dal 2010 al 2015, mentre le attività dei fondi pensione sono pari all’8,7% del pil (dal 2,6% degli anni Duemila), ponendo l’Italia in fondo alla classifica.

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