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20^ CEO Survey di PwC: A livello globale torna la fiducia, meno ottimismo tra i CEO italiani

Businessmen - CEO (Immagine Jack Moreh / Freerange Stock)

Secondo quanto emerge dalla ventesima edizione della ricerca, gli amministratori delegati italiani sono pessimisti sull’economia mondiale: solo il 36% si attende una crescita nel 2017 (contro il 55% del 2016), in controtendenza rispetto al trend positivo globale (29% rispetto al 27% del 2016). Dopo tre anni di crescita, la fiducia dei CEO italiani cala anche verso la crescita dei propri ricavi nel 2017 (86% contro il 92% del 2016) ed a tre anni (92% contro 97%). USA (48%), Germania (38%), Cina (in forte calo al 24%) e Francia i mercati strategici per i CEO italiani. Nonostante la Brexit il Regno Unito si consolida come mercato obiettivo. Il 60% degli AD italiani aumenterà l’organico (indicatore superiore al 53% su scala globale), focalizzandosi su competenze digitali, adattabilità e capacità di collaborazione. Preoccupano il cambiamento tecnologico e nelle scelte dei consumatori, insieme a IT disruption e cyber security nelle relazioni con gli stakeholder

Secondo quanto emerge dalla 20^ Annual Global CEO Survey di PwC*, che fotografa il livello di fiducia nello sviluppo globale e del proprio business di oltre 1.300 CEO in 79 paesi (presentata nella giornata di ieri, alla vigilia del World Economic Forum di Davos), malgrado le preoccupazioni non manchino guardando all’anno che li aspetta, i CEO a livello globale tornano fiduciosi sulle prospettive di crescita delle loro aziende e sulle previsioni per l’economia globale. In controtendenza gli amministratori delegati italiani, meno fiduciosi sia sul quadro globale che rispetto ai ricavi delle proprie aziende.

Più fiducia nella crescita globale, meno in Italia

Nonostante un 2016 tumultuoso, spiegano i curatori dela ricerca, la fiducia dei CEO sta tornando, anche se lentamente e lontana dai dati del 2007: il 29% dei CEO ha fiducia nella crescita globale nel corso del 2017 (in miglioramento rispetto al 27% del 2016) e il 53% ritiene che rimarrà stabile (2016: 49%).

In controtendenza gli AD italiani, più pessimisti sull’andamento prospettico dell’economia globale: il 36% è fiducioso verso una crescita globale nei prossimi 12 mesi (in calo rispetto al 55% della precedente edizione), mentre il 44% prevede una sua stabilità (era il 40% nel 2016).

Italia in controtendenza anche verso la crescita dei ricavi

Il 38% dei CEO di tutto il mondo (2016: 35%) è molto fiducioso nelle prospettive di crescita della propria azienda per i prossimi 12 mesi ed il 51% dichiara molta fiducia anche verso la crescita dell’azienda nei prossimi tre anni (2016: 49%).

Anche qui l’Italia mostra meno ottimismo dopo tre anni di crescita: l’86% dei CEO italiani si dichiara fiducioso o molto fiducioso nella crescita dei propri ricavi nel 2017, in calo rispetto al 92% dell’edizione 2016. Anche guardando ai prossimi tre anni, la fiducia dei CEO italiani è indiscesa, con il 92% positivo circa la top line della propria azienda rispetto al 97% del 2016.

“I risultati della 20^ CEO Survey – commenta Nicola Anzivino, Partner di PwC – mostrano un’inversione nel sentiment dei CEO italiani, meno fiduciosi circa lo scenario globale e le prospettive aziendali. Tra le tre priorità chiave dei nostri CEO spiccano la definizione di obiettivi di crescita per linee esterne (M&A, JVs e Alleanze strategiche), lo sviluppo del capitale umano attraverso un’adeguata people strategy e il focus sull’innovazione attraverso l’utilizzo a 360 gradi della tecnologia in azienda”.

La fiducia dei CEO nella crescita dei propri ricavi è in salita in quasi tutti i principali paesi del mondo. Sul podio troviamo India (71%), Brasile (fiducia più che raddoppiata, 57%), Australia (43%) e Regno Unito (41%). Si è registrato un aumento di 11 punti in Cina (35%), di sei punti negli USA (39%) e di tre punti in Germania (al 31%), mentre in Svizzera la fiducia è più che raddoppiata (34%). Insieme all’Italia, registrano un calo della fiducia anche Spagna, Messico e Giappone, che ha visto un crollo del dato dal 28% del 2016 al 14% odierno.

Alla domanda su cosa spinga lo sviluppo, la crescita organica è in cima alla lista per tre quarti dei CEO a livello globale (79%), mentre il 41% progetta nel 2017 nuove fusioni e acquisizioni e quasi un quarto (23%) intende rafforzare le proprie capacità di innovazione. Anche in Italia la crescita organica si conferma il driver chiave (80%), ma è significativo il valore dei CEO propensi ad operazioni di fusione ed acquisizione (44% valore superiore al dato globale).

I mercati obiettivo

Dal primo sondaggio di PwC tra i CEO globali nel 1998 i mercati emergenti (India e Cina comprese) emersero come una scommessa vincente e sicura. Oggi, evidenziano i curatori della ricerca, la mutevolezza dei mercati, inasprita dalla volatilità delle valute, spinge i CEO verso un mix più ampio di paesi. Nel sondaggio 2017 USA, Germania e Regno Unito sono sempre più strategici mentre si è indebolito l’entusiasmo per Brasile, India, Russia e Argentina.

In particolare, i cinque principali paesi che attraggono la crescita sono gli Stati Uniti, la Cina, la Germania, il Regno Unito e il Giappone, con il Regno Unito che si distingue per popolarità tra gli amministratori delegati di Stati Uniti (+4%), Cina (+11%), Germania (+8%) e Svizzera (+25%). Per i prossimi 12 mesi, le città top a livello di crescita prospettica globale sono Shanghai, New York, Londra e Pechino.

Per i CEO italiani, USA (48% rispetto al 43% del 2016), Germania (38% contro 33%) e Cina (in forte calo: dal 30% del 2016 al 24% odierno) rimangono i mercati obiettivo. Si rafforzano il Regno Unito – al quinto posto (14%), dopo la Francia (16%) – ed il Messico, mentre si riduce l’interesse verso Brasile, India e Giappone.

Tra globalizzazione e protezionismo

Secondo il 58% dei leader di impresa è oggi sempre più difficile bilanciare la concorrenza nel mercato globale con i trend di politiche nazionali più protezionistiche, dato che si attesta al 50% tra i CEO italiani.

Nonostante l’atteggiamento molto positivo mostrato dai CEO negli ultimi 20 anni rispetto al contributo che la globalizzazione ha apportato alla libera circolazione di capitali, merci e persone, gli intervistati del sondaggio di quest’anno sono scettici se questa abbia effettivamente attenuato il cambiamento climatico o annullato il gap tra ricchi e poveri, un’opinione analoga a quella degli intervistati di un altro sondaggio pubblico commissionato da PwC a fine 2016 su più di 5.000 consumatori in 22 paesi.

Le prossime minacce

I risultati globali mostrano che, mentre sono più positivi nelle previsioni, i CEO mantengono livelli di preoccupazione molto alti su incertezza economica (82%), eccessiva regolamentazione (80%) e disponibilità di competenze chiave (77%). Per il 59% crescono anche i timori in termini di protezionismo, percentuale che sale al 64% negli Stati Uniti e in Messico.

Scenario simile in Italia, dove le tre principali minacce macro indicate dai CEO sono l’incertezza sulla crescita economica (78%), la futura evoluzione dell’Eurozona e l’eccesso di regolamentazione (entrambe 76%).

In relazione allo sviluppo del proprio business, i CEO italiani sono preoccupati dalla disponibilità di competenze chiave (52%), dal cambiamento dei comportamenti di acquisto dei consumatori (42%) e dalla rapidità dei cambiamenti tecnologici (42%), sebbene per tutti questi fattori le percentuali siano in diminuzione rispetto al 2016.

Tecnologia e fiducia

I CEO credono che la tecnologia sia oggi indissolubilmente legata a reputazione, competenze e assunzioni, competizione e crescita; quasi un quarto sostiene che nei prossimi cinque anni la tecnologia rimodellerà completamente la concorrenza nel proprio settore (23%).

In un mondo sempre più digitale, sottolineano i curatori della ricerca, la tecnologia ha dato vita a nuove dinamiche tra imprese e clienti, con enormi vantaggi per entrambi. Dall’alto lato, per il 69% dei CEO è oggi più difficile guadagnare e mantenere la fiducia delle persone, mentre secondo l’87% i social media potrebbero influenzare negativamente il livello di fiducia verso le aziende. Vent’anni fa i CEO non prestavano attenzione al tema della fiducia mentre quest’anno il 58% teme che la sua mancanza possa danneggiare la crescita della propria azienda, dato in aumento rispetto al 37% del 2013.

Secondo i CEO le tre minacce tecnologiche principali alla fiducia degli stakeholder – dopo le problematiche tecnologiche e di sicurezza registrate tra le maggiori aziende globali – sono la cyber security, le violazioni della privacy dei dati e le IT disruption.

Questi rischi sono percepiti anche dai CEO italiani, sebbene con percentuali nettamente inferiori rispetto ai dati globali. I CEO italiani, inoltre, si riconoscono fortemente orientati a strumenti tecnologici come digital media (76%), automazione domestica (46%) e social media (38%), sebbene i dati siano inferiori alla media globale.

Competenze e crescita del personale

La necessità di specifiche competenze desta oltre il doppio delle preoccupazioni rispetto a venti anni fa (dal 31% del 1998 al 77% del 2017) e il capitale umano figura tra le prime tre priorità delle aziende, insieme alla diversità e all’inclusione e alla mobilità dell’organico.

Oltre la metà dei CEO (il 52% contro il 48% del 2016) prevede di aumentare l’organico nei prossimi 12 mesi. Regno Unito (63%), Cina (60%), India (67%) e Canada (64%) sono tra i paesi con i piani di assunzione più ambiziosi, in particolare tra i CEO del risparmio gestito (64%), sanità (64%) e tecnologia (59%), mentre i valori minimi si registrano nel settore pubblico (32%).

Anche i CEO italiani si distinguono positivamente sotto questo profilo: il 56%% prevede un aumento dei dipendenti in azienda nei prossimi 12 mesi, in forte incremento rispetto al 37% del 2016. In tale direzione, gli amministratori delegati italiani stanno ripensando la People Strategy dell’azienda e la funzione HR, per ottimizzare la selezione e la gestione dei talenti. Tra le competenze più ricercate dai CEO italiani si afferma la capacità di collaborare in azienda, prioritario rispetto a leadership e capacità di problem solving.

Sebbene solo il 16% tra gli intervistati preveda una riduzione della base complessiva dei lavoratori, emerge che l’80% dei lavori colpiti subirà un impatto dovuto all’uso delle tecnologie o dell’automazione. Oltre la metà dei CEO (52%) sta già esplorando i vantaggi della collaborazione tra uomo e macchina, mentre due su cinque (39%) valutano l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle esigenze future in termini di competenze.

Con la velocità del cambiamento tecnologico che preoccupa il 70% dei CEO, non sorprende come tra le caratteristiche più preziose, e apparentemente più difficili da trovare nei manager, questi identifichino le competenze in creatività e innovazione, leadership e intelligenza emotiva; chiave anche avere un’adeguta formazione “digitale” ed una specializzazione in ambito STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

“A destare preoccupazione nei CEO – conclude Anzivino – è la possibilità che la carenza di competenze tecniche, relazionali e manageriali nei propri manager possa pregiudicare il potenziale di crescita e la rilevanza strategica della propria azienda. In tale ambito molti CEOs stanno riformulando il ruolo della funzione HR, al fine di reclutare le persone giuste e valorizzare i talenti “nascosti” nelle loro imprese. Per il successo delle aziende sarà anche fondamentale sviluppare il trust tra tutti gli stakeholder aziendali, tra i temi che potrebbero influenzare negativamente tali relazioni i CEOs italiani evidenziano cybersecurity, privacy ed etica d’impresa”.

Intermedia Channel


PwC – 20th Annual Global CEO Survey – 20 years inside the mind of the CEO… What’s next? (in inglese)


* Il 20° sondaggio Annual Global CEO Survey di PwC si è svolto tra settembre e dicembre 2016 e ha visto la partecipazione di 1.379 CEO di 79 Paesi diversi., attraverso interviste online, via posta, di persona o telefoniche. Il 57% dei CEO intervistati lavora presso società private e il 43% in società quotate. Il 36% lavora in società con ricavi annuali superiori a un miliardo di dollari, il 38% tra 101 e 999 milioni di dollari, il 21% con ricavi annuali inferiori a 100 milioni di dollari

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