Opinione della Settimana

Economia comportamentale, perché l’educazione finanziaria sta diventando un affare di Stato

Educazione finanziaria (5) Imc

(di Riccardo Viale – Corriere Economia)

Il governo sta approntando delle misure per sostenere l’educazione finanziaria. L’iniziativa è contenuta in una serie di provvedimenti a favore della messa in sicurezza del settore bancario italiano. Le ragioni per questo collegamento sono varie. Lo scarso alfabetismo finanziario dei risparmiatori è emerso con forza in molti casi di «risparmio tradito» negli scandali del settore bancario degli ultimi anni. Questa scarsa educazione finanziaria è stata anche alla base di alcune prese di posizione da parte di gruppi di clienti delle banche inconsapevoli dei contratti che avevano stipulato.

Tutto ciò ha creato un clima di diffidenza generalizzato verso gli intermediari finanziari. Da un recente sondaggio del Cfa Institute si è visto che uno dei fattori decisivi nella fiducia fra risparmiatore e consulente finanziario è la capacità di quest’ultimo di capire i principali concetti utilizzati nelle sue scelte di risparmio ed investimento. L’alfabetizzazione economica e finanziaria è, però, cruciale soprattutto nella fiducia che si può sviluppare fra cittadini, banche ed istituzioni finanziarie e di governo dell’economia.

Quando il cittadino non conosce i concetti fondamentali della economia non comprende le scelte di politica economica del suo governo e quelle degli intermediari finanziari. Si crea, in questo modo, una situazione di opacità ed incertezza che stimola comportamenti di avversione al rischio, di prudenza e disimpegno da azioni di investimento finanziario ed imprenditoriale. Gli effetti non sono, però, solo sul piano economico, ma soprattutto su quelli della legittimazione democratica di queste scelte. Il cittadino, soprattutto in periodi di crisi economica e dopo scandali che investono le istituzioni finanziarie pubbliche e private, diventa particolarmente sospettoso e poco disponibile verso le scelte in campo economico fatte da parlamento e governo.

La mancanza di fiducia nelle istituzioni democratiche si amplifica quando non è in grado di capire la reale natura delle scelte fatte, i vincoli economici che le guidano, la contestualizzazione dei mercati in cui il nostro Paese si trova ad operare e gli obblighi verso le istituzioni finanziarie internazionali.

Un cittadino senza cultura economica e finanziaria rischia di avere una percezione falsata della realtà ed ingigantire le sue aspettative di ciò che il governo può realizzare a suo vantaggio con conseguenti frustrazioni ed ulteriore disaffezione ed ostilità verso le istituzioni. A tutto vantaggio delle spinte populiste e dei processi sommari così popolari in questo periodo.

Quale è la situazione di alfabetizzazione finanziaria del nostro Paese?

Poche settimane fa Banca d’Italia insieme alla Consob, Ivass ed altre istituzioni finanziarie hanno fotografato lo stato della Educazione Finanziaria nel nostro Paese. Le iniziative sono frammentate e con un numero di partecipanti modesto. Nel trienno 2012-2014 sono state censite 206 iniziative promosse da 256 soggetti che hanno coinvolte in due terzi dei casi al massimo 1000 soggetti. L’Italia non fa parte ancora del programma Snef (Strategia nazionale per l’educazione finanziaria) promossa dall’Ocse, che ha l’obiettivo di coordinare l’offerta formativa.

L’effetto di tutto ciò è che il livello della cultura finanziaria degli italiani è tra i più bassi fra i Paesi industrializzati. Non si conoscono concetti di base come inflazione, deflazione, rapporto rischio-rendimento, spread, obbligazione subordinata e semplice, azione privilegiata, etc… Nel rapporto 2015 sull’«Educazione Finanziaria nel mondo» di Standard&Poor’s insieme a Banca Mondiale, Istituto Gallup ed altre istituzioni e curato da un gruppo di ricercatori, fra cui l’italiana Annamaria Lusardi della George Washington University, è stato messo in luce come in Italia solo una persona su tre abbia una cultura finanziaria minimale. I casi di eccellenza sono i Paesi scandinavi con il 71% degli adulti che supera la sufficienza mentre in Germania ed Olanda il 66% raggiunge i requisiti minimi. L’Italia purtroppo cade in fondo alla graduatoria con il 37% di alfabeti finanziari facendo peggio di Paesi come Kenya, Birmania, Ucraina e Polonia.

Questi studi mettono in evidenza un gap reale del nostro Paese che deve essere colmato. E’ evidente però che la mera cultura nozionistica non possa salvaguardare il risparmiatore dalle trappole comportamentali del marketing bancario.

Oltre ad insegnare i concetti bisognerebbe anche formare il cittadino, a cominciare dalla scuola, ad utilizzare in modo semplificato la statistica, a dare giudizi sugli eventi economici futuri (ad esempio sulla probabilità di avere dei guadagni in Borsa) basati sulle condizioni di incertezza del mercato, a non farsi attirare dagli specchietti per le allodole di guadagni inverosimili ed a governare le proprie tendenze all’inerzia ed alla miopia nel ragionare sul futuro.

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